Regole “glocali” per le microimprese COMMENTA  

Regole “glocali” per le microimprese COMMENTA  

Rivedere le regole di mercato anche per i piccoli

Abbiamo avuto modo proprio nelle ultime settimane di verificare la consistenza della nostra Europa e, soprattutto, di mettere alla prova la nostra voglia di essere veramente europei. Toccare il portafoglio della gente comune è stato lo strumento di misurazione della forza dei Paesi aderenti alla Comunità, e ciò è avvenuto a causa del default della Grecia. Nell’era della globalizzazione, la Grecia è vicina, troppo vicina. Questa crisi ha interessato le economie di tutti i paesi europei e toccherà tutti noi, cittadini ed imprese, per molti anni a venire. Parliamo infatti dei mutui casa, dei finanziamenti alle imprese, della soddisfazione di incasso dei crediti, parliamo insomma della nostra vita quotidiana. Cosa hanno però fatto i vari governi per difendere noi tutti da eventi come la Grecia e come è possibile che ciò ci tocchi così tanto? Fino ad ora siamo rimasti lontani ed impassibili dai vari G8, G20, Ocse, ecc. Sono sembrati eventi per grandi che hanno forse risolto problemi per loro e, a cascata, poi sui piccoli. Pertanto, nulla da eccepire. Ma se ora la Grecia e prima ancora i subprime stanno toccando direttamente anche i piccoli, la domanda che ora massicciamente tutti si pongono è: ma chi e cosa doveva controllare i conti della Grecia? Come è possibile che nessuno in Europa si sia accorto dei conti truccati di uno stato membro? Le nostre aziende sono soggette ad ogni sorta di verifica, sacrosantamente legittima, e difficilmente potrebbero truccare i propri conti come invece ha fatto la Grecia. Dopo la crisi dei subprime ed ora con la Grecia i governi nazionali intervengono ai grandi livelli per salvare il possibile ed evitare il ripetersi di situazioni analoghe. Ma se i danni, oggi più che mai, vanno a cadere sui cittadini e sulle piccole aziende, gli interventi governativi si concentrino allora anche su di essi. G8 o G20 che siano, li si facciano anche per le micro-imprese. Gli interventi di sostegno sono avvenuti finora per le grandi imprese, i salvataggi si sono concentrati su di loro per questioni mediatiche e per l’impressionante impatto sociale e politico che deriverebbe dal fallimento di strutture economiche così grandi. Ma il famoso 95% delle piccole imprese con meno di 15 dipendenti, il sistema-paese di cui tutti si ricordano solo in campagna elettorale? Nessun intervento Ocse, G8 o G20 per loro? Eppure anche qui, e forse ancora di più che per le grandi aziende, l’impatto sociale è enorme, perché, conglobandole tutte insieme, il danno è superiore. Noi non ce ne accorgiamo, perché tutte piccole e separate, ma stiamo però parlando del 95% delle imprese italiane. Se la matematica non è un’opinione, i numeri allora parlano da soli, e sono evidenti. Per capirci, potremmo fare un paragone con il numero delle vittime della strada: sono una cifra tragicamente rilevante, eppure un incidente aereo, molto più raro e con vittime numericamente inferiori, fa più impressione sull’opinione pubblica. Nelle ultime settimane si è discusso di regole globali, di “global legal standard” e del nuovo ruolo della Bce: in pratica, di maggiori controlli sui conti nazionali e dell’elaborazione di bozze per nuove regole sovranazionali da introdurre al posto di quelle attuali per i mercati economici e finanziari. Queste riforme riguarderanno settori-chiave, quali la lotta alla corruzione dei pubblici ufficiali, le best-practices sui principi della corporate governance e le disposizioni per la trasparenza e la cooperazione internazionale in campo fiscale finalizzate al contrasto degli abusi. Infine, c’è stato tutto il lavoro della Financial task force per contrastare il riciclaggio del denaro sporco. In pratica, si è avviato agli alti livelli un tentativo ufficiale di scrivere le regole per un capitalismo diverso da quello visto fino ad ora. La via scelta, alla fine, è quella politica dei governi, e non quella tecnocratica. Quindi, la direzione giusta è quella di affidare ai governi la stesura di nuove regole, iniziando dagli hedge fund, dai derivati e dalle banche. Tutto questo operare sull’adozione di regole comuni a livello globale ha l’obiettivo di ridurre gli squilibri causati dall’arbitraggio legale, dallo shopping degli operatori economici e finanziari che prediligono paesi con assetti normativi lacunosi e poco trasparenti. A fine maggio, a Parigi, in occasione della ministeriale Ocse presieduta dall’Italia, si è attivato un processo politico per arrivare ad una road map di strumenti giuridici messi a punto in via definitiva in sedi politiche. Ora, compreso che i tecnocrati hanno sbagliato e che ora si deve intervenire per salvaguardare le grandi aziende ed i grandi interessi con tutti questi nuovi accordi, la riflessione che il piccolo imprenditore si pone è sul fatto che qualcuno ha allora permesso ai tecnocrati di agire e poi di sbagliare. Il tecnocrate è stato causa del disastro dei subprime, la miccia della grande crisi, ed è stato colui che non ha controllato i conti “saltarellini” della Grecia, forse anche di Spagna, Irlanda e Portogallo. Ma chi ha messo in quel posto il tecnocrate? La politica, probabilmente. E questa stessa politica oggi riscrive nuove regole? Questa politica, dopo aver sbagliato ad affidare i compiti di controllo ai tecnocrati, oggi interviene per giudicare e dare soluzioni per salvare la grande impresa, parandosi dietro la scusa della questione sociale e facendone pagare il prezzo al cittadino e al piccolo imprenditore, senza nemmeno coinvolgerlo e lasciandolo alla mercè dello scarso accesso al credito, degli alti tassi di interesse passivi, dell’inflazione, degli insoluti. A questi livelli non ci sono G8, G20 od Ocse che tengano. Forse, invece che pensare unicamente a nuove regole globali, pensiamo anche al “glocal”. Non farà chic, parlerà poco inglese e tanto dialetto, ma sicuramente fa numeri e posti di lavoro. Ed oggi questo conta, anche politicamente.

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