Riparte l’economia negli Usa, in Europa situazione ancora pesante COMMENTA  

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Foto 2Alle spalle un 2013 da dimenticare ed è iniziato un 2014 in salita. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo discorso di fine anno non ha perso occasione per bacchettare la classe politica. “Subito risposte concrete agli Italiani o il palazzo non avrà futuro, sarà travolto. È finito il tempo delle parole”. Un discorso duro, senza precedenti, che ha messo a tacere le polemiche dei giorni precedenti il discorso stesso. Questo evidenzia che la ripresa nel nostro Paese non c’è ancora e nel resto d’Europa è fragile, nonostante lo spread sia al di sotto dei 200 punti rispetto ai bond tedeschi.

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E la BCE ci ri-tira le orecchie: Altra stoccata di fine anno. La Banca Centrale Europea ha avvertito l’Italia: l’euro ormai è irreversibile, uscire dalla moneta unica sarebbe demenziale. Parole dure che suonano come un monito per quei politici che fanno del populismo, campagna elettorale. Il parere è del capo economista della BCE, Peter Praet che ha aggiunto come l’Italia non possa continuare a risanare i conti pubblici aggiungendo nuove tasse, così come si deve cambiare la legislazione sul lavoro.

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E questo perché nel 2013 la disoccupazione è a livelli record, con quella giovanile alle stelle. Il debito pubblico è in costante crescita, l’economia italiana non dà segnali di ripresa. Si delinea un’Europa a due velocità: con Germania ed Olanda che trainano la ripresa, i paesi dell’Est che mostrano aggressività economica, la Spagna che pare uscire dalla depressione dello scorso anno grazie anche ad un ritorno di fiducia da parte di investitori americani ed asiatici. L’Italia con la Grecia ferme al palo. L’America sta ritornando all’economia reale e nel 2020 raggiungerà l’autosufficienza energetica.

Un quadro grigio scuro quello che ci lascia il 2013 in termini economici. Nel nostro Paese, l’unico settore che ha mostrato vitalità è quello agroalimentare dove a fronte di una ulteriore contrazione dei consumi interni del 2 per cento le esportazioni hanno raggiunto un più 9 per cento. Il made in Italy continua ad essere un brand gradito all’estero tanto che viene spesso scimmiottato per richiamare una sorta di collegamento con l’Italia. Di qui le proteste di Coldiretti al Brennero a Reggio Emilia e a Roma per chiedere maggior tutela per l’agroalimentare italiano. Come? Ed ecco la battaglia che ha fatto della Coldiretti non un’organizzazione corporativista, ma forza sociale: etichettatura, rintracciabilità dei processi produttivi e della trasformazione, indicazione obbligatoria anche per i trasformati dell’origine della materia prima.

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A parole anche i politici sono d’accordo con la progettualità di Coldiretti. Nei fatti, però, si cerca di prendere tempo. Grandi imputate le lobbies dell’industria agroalimentare che ha interesse alla scarsa trasparenza per italianizzare nella trasformazione materie prime non certamente nazionali. Una battaglia che non va scambiata per protezionista ma di legalità, trasparenza e grande rispetto per i consumatori che in questi anni con le loro associazioni si sono rivelate i primi grandi e veri alleati del mondo agricolo.

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