Roberto Saviano e Gomorra: cosa ne pensa della serie ? COMMENTA  

Roberto Saviano e Gomorra: cosa ne pensa della serie ? COMMENTA  

Roberto Saviano e Gomorra: cosa ne pensa della serie ?

La violenza: unico linguaggio con cui comunicano i boss, con cui comunicano i padri con i figli e con cui i ragazzini fanno la guardia agli spacciatori.


 

Gomorra-la serie sviluppa il libro di Roberto Saviano, raccontando, in parallelo, i destini del boss Savastano e quello dei suoi uomini, del suo clan. Ci sono Madonne e immagini di Padre Pio in ogni casa dei camorristi, si prega pure prima di mangiare, e la vedova e gli amici piangono perché Attilio (che è Antonio Milo), uomo fedelissimo del boss – nonché padre amoroso che accarezza i bambini quando dormono e poi uccide a sangue freddo – non potrà avere il suo funerale in chiesa.


Spiega Saviano: “Il film non può mai essere un’educazione al crimine, la realtà è già oltre, non è la fiction che può indurre qualcuno a intraprendere la strada del crimine nella vita. La materia su cui intervenire è la realtà, non il film che racconta”. “In Gomorra-La serie” continua lo scrittore ” noi raccontiamo la realtà così com’è. È la nostra finzione, perché ovviamente la serie è una finzione, fatta da attori, non è un documentario. L’elemento di prudenza è semplicemente nel descrivere con rigore quella realtà. Non nel togliere cose, altrimenti un ragazzo potrebbe imitare quel gesto. Questo è l’unico modo per evitare maschere epiche, esaltazioni. Quelle avvengono quando i personaggi non riesci a descriverli e hai bisogno di ‘doparli’, renderli carismatici, affascinanti. Il carisma e il fascino ci sono, perché sono uomini di potere, ma sono descritti dai loro gesti. La realtà non la voglio spiegare, non voglio dire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. È ovvio che poi ne emerge un giudizio. Girare a Scampia era fondamentale, perché Scampia è protagonista, è un attore, non è una quinta che puoi ricostruire. È il Dna della serie. Quei palazzi, quelle scale, quel cielo, sono protagonisti. Quel territorio ti entra dentro, quel cemento è una scelta politica, una descrizione geopolitica del paese, non è solo ghetto. È anche la dimostrazione di una resistenza. In quelle case c’è vita, ci sono ancora sorrisi, bambini. È la dimostrazione che quella è una miniera da cui si estraggono soldi, una miniera in cui si muore”.

Serie diretta da Stefano Sollima (che cura anche la supervisione artistica),  da Francesca Comencini, da Claudio Cupellini, serie autentica nell’ambientazione e nelle volti (grazie ad attori straordinari come : Marco D’Amore, Fortunato Cerlino, Maria Pia Calzone, Salvatore Esposito).

Gomorra-la serie segue il percorso di Ciro, il soldato ambizioso del boss Pietro Savastano che controlla il suo impero – lo spaccio, gli appalti truccati, il business dei rifiuti – con il  sangue. Una guerra che lascia tutti  senza fiato, in cui, da spettatore, viene voglia di chiedere subito aiuto a un commissario come Cattani, o a un magistrato, o a un carabiniere, insomma a chiunque. Il punto debole del boss è  però il figlio Gennaro detto Genny, inadeguato al ruolo di erede. Sarà Imma, la madre, con la stessa calma ferocia del marito, a prendere quindi  in pugno la situazione.


Serie scritta da Stefano Bises, da Ludovica Rampoldi, da Leonardo Fasoli e da Giovanni Bianconi (a cui si sono aggiunti poi  in fase di sceneggiatura Filippo Gravino e Maddalena Ravagli).  La serie è girata benissimo: “Al di là di alcune licenze narrative”, racconta Bises, “ci siamo ispirati a fatti e personaggi reali e abbiamo voluto riprodurre fedelmente le dinamiche e le tecniche autentiche di tutto ciò che è raccontato”.

E’ stato davvero atroce il momento in cui Ciro fa diventare uomo Genny mettendogli una pistola in mano e urlandogli di sparare a un giovane inerme, anche la scena in cui il boss urina in un bicchiere e chiede poi  a Ciro, come prova di fedeltà, di berla.

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Racconta Saviano: “Credo che guardare Gomorra e poi emulare le gesta dei personaggi sia profondamente improbabile. Ma per una ragione: quei fatti già avvengono. Guardare alle serie televisive come a un ufficio stampa del male è uno sguardo un po’ superficiale. Possono al massimo dare spunti a chi ha scelto di essere un criminale. Si torna sempre al punto di partenza: alla realtà che ha fatto fare una scelta del genere. La garanzia che ho chiesto agli sceneggiatori e allo stesso Sollima è stata soltanto una: noi raccontiamo i meccanismi della realtà, non la semplifichiamo, non la traduciamo neanche . Non indichiamo soluzioni. Noi dobbiamo raccontare. La garanzia che ho chiesto è stata soltanto questa. Dal momento in cui si è deciso di stare dentro questo metodo – ovvero raccontare la ferocia ma allo stesso tempo la stupidità, non rendendo nulla etico, ma neanche temendo di mostrare qualcosa che in qualche modo attrae – dal momento in cui ho capito che questa era anche la volontà dei produttori, degli sceneggiatori e del regista, ho riconosciuto il mio progetto”.

Il kolossal – in ben 12 episodi – è stato realizzato da Sky con due delle più grandi  società italiane di produzione televisiva e cinematografiche, la Cattleya e Fandango, in collaborazione con La7 e in associazione con Betafilm.

 Nessun rischio di identificazione, aggiunge Saviano: “Non scherziamo, per favore. L’accusa che ci viene rivolta è un sofisma. Mi spiego meglio: la situazione del Sud è drammatica. Un posto dove prosperano feroci organizzazioni criminali che delegano la gestione del territorio a ragazzini con armi da assalto. Disoccupazione impressionante. Una situazione di collasso. L’incapacità della politica di costruire, l’assenza di qualunque progetto. Ha visto il recente attentato in Sicilia? E la Calabria, della quale nessuno parla? E si getta la croce addosso a una serie televisiva. Ma come si è arrivati a questo livello di ipocrisia? Attenzione, tutto quel che abbiamo rappresentato è tratto dalla realtà. È già accaduto prima che ci mettessimo a scrivere. Il taglio di capelli di Gennaro, la parlata di Ciro vengono imitati? Certo: il mondo criminale che noi raccontiamo si vede rappresentato. Incolparci per questo è un atteggiamento omertoso. Sulle pagine Facebook dei giovani camorristi ci sono anche frasi di Che Guevara, slogan dei brigatisti. Tutto quel che è conflitto viene buono. Pensare che non ci possa essere l’osmosi con i personaggi della serie è una ingenuità. Quando ho scritto Gomorra, il tema de Il camorrista, il film di Giuseppe Tornatore, era su tutti i cellulari dei ragazzini. E quindi? Consideriamo Nicola Piovani, l’autore della colonna sonora, responsabile della faida tra Cutolo e il resto della camorra?”.

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Mamma, laureata, scrittrice incallita, ambientalista da una vita, esperta in Pnl, in comunicazione di massa e nel benessere emotivo. Maremmana per amore di questa terra tanto rigogliosa, fiorentina di nascita e di formazione. Blogger e redattrice on line, attualmente studentessa in Seo Web Marketing Specialist.

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