Salento fra luci ed ombre

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Salento fra luci ed ombre

Vorrei scrivere oggi delle mille contraddizioni della mia terra, sperando attraverso questo articolo di farvi comprendere quanto sia importante qui, ma anche nel resto della nostra Italia una volta chiamato il ” Belpaese ” difendere, il territorio, la cultura ed apprezzare le tradizioni dei luoghi. Qualcuno lo chiama “Casbalabate” il pugno nell’occhio delle marine leccesi, la township delle vacanze caserecce che se ne infischia del mare che le divora la battigia di un metro all’anno. Un dedalo di edifici venuti sù dal nulla e puntualmente risanati in barba agli appelli degli intellettuali, alle mobilitazioni degli ambientalisti, ai moniti dei geologi.

Queste che erano le contrade di Antonio de Ferrariis che nel Rinascimento veniva spesso a oziare in un suo vicino podere e del piccolo ma glorioso monastero di Santa Maria di Cerrate, oggi sono l’anonimo circondario della capitale strapaesana della calca estiva. Una città cresciuta tanto in fretta che le opere di viabilità non sono riuscite a tenerle il passo: a malapena il lungomare e qualche altro tratto sono asfaltati.

Il resto è un tratturo sterrato di fango, polvere e, laddove brandelli di dignità umana e scampoli di autosufficienza civica sopravvivono, colate di cemento stese alla meglio direttamente su quello che prima era uno dei suoli agricoli più fertili del Mezzogiorno. Gemella eterozigote di Porto Cesareo e clone delle altre “perle” che si allineano senza ritegno fino a San Cataldo. Casalabate è il paradigma dello scempio rivierasco, la madre di tutte le località balneari salentine prive di opere fondamentali di urbanizzazione come le fognature. Da questo modello discendono Lido Conchiglie, contesa tra Sannicola e Gallipoli, e ammorbata dagli effluvi degli autospurghi; la spiaggia “Le Canne presso Rivabella, i cui fondali un tempo da tropici oggi sono torbidi e restituiscono i liquami che il sottosuolo non ce la fa più a ingoiare; Santa Maria al Bagno, le cui calve alture di calcarenite sono state sommerse da una sfacciata metastasi di cementi. Qui la legge “Galasso” è stata a lungo un’opinione, un’omissione che ha legato in un patto scellerato imprese, proprietari e amministratori.

Ma forse il resto del Salento è per fortuna ancora da salvare e questi mostri costieri si ergono come monito a non inseguire più l’incubo di una Rimini2 sulla riviera dei Pelasgi.

Un Salento come la pelle di un leopardo, ma vista in negativo, adagiata sul cobalto e sullo smeraldo del mare. Questa l’immagine del nostro territorio guardato dall’alto, con le macchie bianche costituite dai centri abitati che tempestano quasi uniformemente – tranne vaste aree di campagna “pura” a sud e a nord-ovest – un tavolato giallo punteggiato di uliveti. Le credevamo messe male le nostre coste; le pensavamo ormai irreversibilmente offese dalla smania edificatoria. E lo sono, anche se questa terra è ancora in gran parte bellissima nonostante le ferite profonde infertele a colpi di tondino di ferro e mattoni forati. Questa terra seduce ancora nonostante due vaste e raccapriccianti cicatrici che si chiamano Casalabate e Porto Cesareo, scempio e vergogna di un piccolo mondo antico che fino alla furia edilizia degli anni ’70 aveva avuto un suo modello intenso ma equilibrato di antropizzazione.

Tutto il tratto di costa da Casalabate a San Cataldo è una lunga, immensa colata di cemento; una giostra beffarda e volgare di case ammassate senza criterio, di strade asfaltate che vanno a perdersi sterrate in una campagna retrostante dove altre decine, centinaia di monolocali originariamente concepiti per uso agricolo attendono l’occasione per un ampliamento e per un condono. Le immagini scorrono come in quel celebre filmato di Dresda dopo i bombardamenti. Però qui, al posto delle macerie, l’orrore è dato al contrario dall’ostinata ipertrofia volumetrica che non arretra nemmeno di fronte all’erosione inesorabile degli arenili. Nel tempo è stata di volta in volta ignorata, blandita, ipocritamente diffidata, e poi ancora coccolata, indulta e finalmente legalizzata questa corsa verso la seconda casa. Di qui a Frigole si indovina il desolante retroterra civile di questa muraglia d’intonaci plastificati dai colori più assurdi, gloria e miseria di progettini “fai da te” e di silenzi-assensi è l’hinterland leccese dei luccicanti centri commerciali che convivono con il degrado sociale.

Da questo punto tagliamo dritto per il cuore greco del Salento. Scavalchiamo il lieve costone delle Serre Salentine orientali e sorvoliamo Calimera, Martano, Castrignano, Bagnolo, Cannole. Soleto si distingue per la sua suggestiva guglia gotica che svetta come faro di terraferma fra campi di tabacco e di stoppie.

Ciascun paese è una casba abbarbicata intorno alla propria chiesa e al proprio campanile; ciascuna ha una sua geometria di curve, di giravolte, di cardi e decumani modificati nei secoli. Ma sono queste topografie pittoresche la vera fisionomia della nostra provincia. Un codice visivo che per fortuna i grandi assi viari non sono riusciti né a stravolgere né a marginalizzare, come invece è avvenuto in Calabria o in Sicilia. E’ un Salento, questo interno, la cui bellezza salta agli occhi.

Non così, però, la costa di Porto Cesareo, su cui piombiamo dopo aver lambito i verdi vigneti di Galatone. L’incanto appena assaporato alla vista del piccolo arcipelago, con in evidenza l’Isola dei Conigli e i fondali cangianti di una limpidezza indescrivibile, svanisce di fronte allo scandaloso caos di villette che schiaccia le dune e assedia quello che fino a trent’anni fa era uno dei più bei lidi d’Italia. La speculazione edilizia preme persino sui bacini costieri. Manca a questi luoghi, ormai, quella patina di vissuto e di verace che hanno i vecchi borghi marinari. Davvero ci si chiede quanto ancora potranno durare queste acque trasparenti sotto la pressione di un turismo invasivo e massificato. Con questo dubbio, abbiamo dedicato un capitolo al Salento che non vorremmo, a quello brutto della cementificazione costiera. Forse per lasciarcelo alle spalle, irreparabile e irrisolto, prima della catarsi che comincerà la prossima volta da Otranto e da Gallipoli. Anche lì fra luci e ombre.

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