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Scandalo doping, il sistema italiano sotto accusa

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Scandalo doping, il sistema italiano sotto accusa

Lo scandalo doping che ha travolto la federazione russa di atletica leggera ha alzato un’onda che, dopo avere lambito diversi paesi (i nomi più importanti fatti finora sono quelli di Francia, Kenya, Ucraina e, soprattutto, quello del Brasile, paese ospitante delle prossime Olimpiadi Rio 2016), è infine arrivata anche in Italia.

C’è chi ha parlato, anche da noi, di sistema marcio, di atletica leggera inquinata dal doping, di “tutto sbagliato, tutto da rifare”, come avrebbe detto il grandissimo Gino Bartali.

A voler ben guardare, entrando anzi nel dettaglio, si vede che il vero male italiano potrebbe essere solo un fastidioso, dannoso, ma certo non doloso, pressappochismo. Del resto, si dopa chi vince, o meglio: ci si dopa per vincere e, considerato il fatto che l’atletica leggera italiana sta attraversando uno dei momenti più bui della sua intera storia, tanto dovrebbe bastare a metterci al riparo da ogni sospetto. “Il Mondiale di Pechino” ha dichiarato a questo proposito il saltatore in alto Gianmarco Tamberi (primatista italiano, peraltro, capace di scavalcare in fosbury ben 237 centimetri) in un’intervista al Corriere della Sera , “con le sue zero medaglie il mondiale di Pechino ha dimostrato che, al momento, di fenomeni italiani non ce ne sono.

Il sospetto che ci si possa dopare per non vincere niente fa di noi, quanto meno, degli sfigati”.

Ottimo, allora siamo a posto, non fosse che i 26 atleti coinvolti di recente dalla procura di Bolzano, i controlli anti doping proprio non hanno voluto farli. O, almeno, così è stato detto. Fra di loro, c’è Lalli, che gli avvertimenti via mail della federazione li apre, poi li dimentica, poi c’è Gibilisco, che, invece, quegli avvertimenti non li guarda neppure. C’è Pertile, che cambia i recapiti, ma si dimentica di farlo presente e, quindi, diventa irreperibile, c’è Andrew Howe, che sostiene di non avere mai ricevuto alcuna comunicazione ufficiale, e c’è pure chi vorrebbe l’esenzione dai controlli, come la Apostolico, lei che “tanto a fine anno smetto”.

Un guazzabuglio di furbetti, ad una prima occhiata, eppure è di nuovo Tamberi a dare qualche spiegazione in più. Lui, che non è dei 26, pensa che il sistema di reperibilità sia, in poche parole, “un delirio”.

“Trimestralmente” ha spiegato al Corriere, “per i tre mesi successivi, bisogna comunicare la reperibilità agli ispettori antidoping: un’ora al giorno, tutti i giorni. Io ho avuto la fortuna di entrare nel sistema quando è diventato online e mi sento di poter dire di avere la coscienza cristallina. Tra Pechino e Zurigo, in una settimana, mi hanno controllato quattro volte. Ma prima era un disastro”, “la piattaforma del Whereabouts (il sito con la banca dati per la reperibilità ,ndr) funzionava male o non funzionava affatto, gli atleti pensavano di aggiornare le reperibilità e invece la comunicazione non arrivava a destinazione”, “un casino allucinante”, “un sistema con falle immense che ha messo in cattiva luce gente che non c’entra niente”.

In definitiva il sistema antidoping italiano ci finisce, sotto accusa, ma non per le ragioni che si immaginerebbero: siamo onesti, infondo, ma, come dice Timberi, pure un po’ “sfigati”.

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