Scuola Milano: niente compiti a casa. i bambini devono giocare COMMENTA  

Scuola Milano: niente compiti a casa. i bambini devono giocare COMMENTA  

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“Mariasole non ha potuto studiare storia perché ha dedicato il suo tempo ad attività ricreative”: si riaccende la polemica sui compiti.

 

Quest’estate, a criticare i compiti della vacanze era stato un padre di Varese, il quale nei confronti degli insegnanti del figlio lamentava che: “Voi avete nove mesi per insegnargli nozioni, io ne ho solo tre per insegnargli a vivere”.

Questa volta è il turno di una milanese, Anna Santoiemma, mamma di una bambina delle elementari.

“Gentili maestre, Mariasole non ha potuto studiare storia perché dopo 8 ore di scuola, dalle 17 alle 19.30 ha dedicato il suo tempo libero restante ad attività ricreative e sportive”: questa è la giustificazione scritta sul diario della piccola. La madre ha poi fotografato la pagina per pubblicarla sui social e difendere il diritto dei bambini, dopo 8 ore di scuola, a divertirsi, svagarsi e dedicarsi ad altri e più piacevoli impegni. E subito scoppia il dibattito sul web.

C’è chi, come Santoiemma, sostiene che, se il tempo libero e il divertimento sono sacrosanti per tutti, a maggior ragione dovrebbero esserlo per bambini che sono già costretti a trascorrere, ogni giorno, otto ore inchiodati ai banchi di scuola.

Qualcun altro descrive il comportamento della mamma di Mariasole e di quanti sono dalla sua parte come iperprotettivo nei confronti della figlia, nonché dannoso per la stessa. E qui partono sproloqui sulla nostra presunta società bambinista e irresponsabile, sul disprezzo per le regole, per l’autorità e per il senso del dovere. Non manca qualche elogio ai genitori “di una volta”, quelli che non difendevano a ogni costo i propri pargoli, quelli che davvero insegnavano a vivere, queste creature leggendarie evocate in ogni occasione dai nostalgici dei “bei tempi andati” (anche se non si capisce bene di quali tempi si parli).
Le posizioni pro-compiti sono rafforzate dalla critica sfrenata alla didascalia che la madre attribuisce alla foto virale del diario della figlia: “basta compiti e basta torturare questi bambini dopo che passano 8 ore seduti sui banchi”. Un dibattito nel dibattito nasce così sull’impiego del termine ‘torturare’ in riferimento alla scuola e al carico di studio. Si parla di mancanza di proprietà di linguaggio, di allarmismo, persino di bambini siriani.

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Interviene anche Stefania Giannini, Ministra dell’Istruzione, che ammette che la polemica è “comprensibile quando il carico supera certi limiti”. Non manca poi di sfruttare l’occasione per mettere in buona luce la riforma della Buona Scuola che, secondo la Ministra, innescherà “un cambiamento culturale nella scuola con modalità innovative e interattive di lavoro in classe e fuori dalla classe”.

La discussione non si spegne ed entrambe le posizioni trovano sostenitori per ogni categoria coinvolta: insegnanti, genitori, politici, opinionisti. Insomma, ognuno ha la possibilità di dire la sua, tranne chi è direttamente coinvolto ed immerso nel ‘problema’. Perché tutti gli adulti citati, nella smania di difendere quello che secondo loro è l’interesse dei bambini italiani, si dimenticano che non stanno parlando di soggetti passivi ma di persone e che un buon punto di partenza per capire se l’attuale sistema scolastico sia davvero così provante e disumano sarebbe domandarlo a loro.

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