Se fossi un parlamentare, deputato, senatore o ministro

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Se fossi un parlamentare, deputato, senatore o ministro

53Se fossi un parlamentare, deputato, senatore o ministro in piena attività produttiva, sospenderei per un momento il mio lavoro di «miglioramento personale a diversi livelli», cioè smetterei di giocare dagli scranni del Parlamento a videogiochi palmari o ‘feisbukkiani’ del tipo sparabolle, ochette impavide o fattorie in attesa di un buon gestore, e comincerei a preoccuparmi per quello avvenuto ieri: una rivolta in cui hanno preso parte movimenti di destra e di sinistra, atei e credenti, studenti e disoccupati; persino ultras di squadre avverse si sono uniti chiedendo dignità, rispetto e lavoro. Se fossi un parlamentare, deputato, senatore o ministro, comincerei con il risparmiare la luce nella sala del Consiglio, abbassandomi per passare davanti a una finestra facendo attenzione ai sassi, proprio com’è avvenuto ieri in cui dei pezzi di lastricato marmoreo sono stati lanciati contro le finestre della Regione Piemonte in Piazza Castello a Torino — la città più rivoltosa vista la crisi decennale di Fiat e Olivetti — da un popolo deluso, tradito e stanco di attendere voci che come mele marce cadono dall’alto per spiaccicarsi a terra come uno sputo.

Se fossi un parlamentare, deputato, senatore o ministro, lascerei qualche macchiolina di sporco sull’auto blu e non baderei molto a quale cravatta di Marinella abbinare con l’abito appena fatto fare dal sarto, quelli non sarebbero i problemi principali, fidatevi, ma analizzerei questa situazione delicatissima in cui migliaia di persone armate di coraggio e tanta rabbia, attaccano palazzi istituzionali — pagati dallo stesso popolo insorto —, senza dimenticare che tutte le grandi rivolte popolari della storia sono cominciate in questa maniera: con fionde, pietre, esasperazione e vergogna (non quella dei rivoltosi, sia ben inteso). Se fossi un parlamentare, deputato, senatore o ministro, eviterei per un certo periodo di gozzovigliarmi di potere (datovi) pagando con carta di credito intestata a «il popolo italiano», di elargire mance (a carico del contribuente) ad accompagnatrici ingenue e magari rifiuterei un invito su barche comprate con fondi pubblici sottratti dai partiti.

Eviterei anche di acquistare appartamenti o attici milionari in pieno centro a prezzi ridicoli (alcuni di questi addirittura regalati da qualche fantomatico filantropo senza nome e senza volto), parlerei di meno e lavorerei per costruire un futuro a questa straordinaria nazione, non limitandomi ad ostacolare un avversario politico allo scopo di apparire meglio di lui, tanto oramai è impossibile.download

Questa protesta dei Forconi non ha più un colore politico, come avvenne nel finire degli anni sessanta, e non è nemmeno svolta da manifestanti facinorosi o perditempo, come alcuni possono sostenere, ma questa insurrezione popolare ha il gusto dell’indignazione, senza baciare bandiere di appartenenza o bruciandone altre, perché l’unica bandiera che garrisce ha un nome: rispetto e dignità, o come mi dice un manifestante: «Stiamo chiedendo che questi politici, molti dei quali ladri, se ne vadano a casa e si vergognino, non ne possiamo più!». «Viviamo ogni giorno come fosse l’ultimo del mese, senza soldi! — gli fa eco un altro uomo, che continua — Qui non ci sono fascisti o comunisti ma gente scazzata.

Non ci fermeremo qui, questo è certo, andremo anche a Roma e li scoppierà il vero casino!». Fermento di uomini e donne sudditi di una politica seduta sulle macerie di se stessa, sotto i palazzi di chi (stando a un giuramento fatto alle istituzioni) dovrebbe salvaguardare la stabilità del Paese, non inferocirla e umiliarla, facendo poi ricadere la colpa su qualche ragazzotto fancazzista e viziato eccitato dalla ‘rivolucion’ o a qualche sessantenne reazionario.download (1)

In altri Stati, meno ‘iphonizzati’ dalle coccole della comodità e più decisi del nostro, le rivoluzioni sono nate così: da un gruppo di lanciatori di sassi arrabbiati e delusi, generando un effetto domino che via via si alimentava sempre più, infervorando anche chi sembrava mite o pressapochista, ben lontano dalla politica e dai suoi vizi privi di virtù. Probabilmente è tardi per scende da Palazzo e prendersi le proprie responsabilità oggettive (per questo gesto ci vorrebbe coraggio…) e comprendere la disperazione di chi a 40 anni ha perso il posto di lavoro, di chi è stato sbranato dai balzelli di Stato, chi ha dovuto chiudere bottega — in alcuni tristi casi darsi fuoco o impiccandosi per i debiti e la vergogna di aver fallito —, o di alcune massaie che per la loro bravura nel quadrare i conti familiari, meriterebbero di essere ministre dell’economia.

Penso però che i parlamentari, deputati, senatori o ministri non si preoccupino più di tanto dell’andazzo di questi giorni, reputandoci dei sudditi servizievoli, disincantati e ciarlieri: dopotutto l’affluenza alle urne dell’altro giorno è stata positiva.

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