Se non ora quando: le donne tornano nelle piazze d’Italia COMMENTA  

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Se non ora quando: le donne tornano nelle piazze d’Italia
Senza di noi non si esce dalla crisi

Dopo il 13 febbraio, il movimento Se non ora quando? torna a manifestare, a Roma e in tante altre città italiane, per rilanciare e pretendere un decisivo cambiamento della condizione femminile in questo paese.


E’ un momento difficile, duro. In momenti come questo è facile chiudersi dentro al proprio privato, rannicchiate in una marginalità di genere che ci sembra inevitabile e scontata. Noi pensiamo invece (e questo ce lo dimostra il contatto quotidiano con i comitati, le singole, le associazioni, gli uomini che ci stanno vicini e ci spronano ad andare avanti) che è proprio in momenti come questo che si deve costruire insieme un paese diverso, in cui le donne, italiane per nascita o scelta, possano sentirsi finalmente cittadine.


Cittadine tante e diverse per generazione, condizione, attitudini, lavoro, esperienze, che vogliono e devono partecipare alla crescita collettiva, promuovendo una politica che affronti uno status quo insostenibile in termini di lavoro, diritti, welfare.


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Il 13 febbraio dell’anno scorso il movimento Se non ora quando? aveva organizzato le proprie voci per dire basta contro un governo da cui si sentivano sminuite e minacciate. Oggi le voci hanno urlato meno ma la loro richiesta è stata anche per questo più potente.

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Domenica 11 dicembre, stai assieme a noi, dando un calcio alla tua solitudine per dire con più forza assieme

Mai più contro di noi ma piu senza di noi

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Tutte le donne che lavorano devono poter scegliere se essere madri.
Tutte?
Le precarie no. Le precarie non possono scegliere.

In Italia la legge prevede cinque mesi di congedo obbligatorio di maternità, pagato all’80% del salario, per le lavoratrici che hanno un contratto di lavoro a tempo indeterminato.
La coppia ha anche a disposizione un periodo di congedo facoltativo, retribuito al 30% del salario, che può arrivare fino a 11 mesi.

Le collaboratrici a progetto, professioniste con partite Iva, lavoratrici atipiche precarie, non hanno diritto a nulla. Il 43% delle donne italiane con meno di 40 anni, e il 55% di quelle che ne hanno meno di 30, se decidono di avere un figlio non accedono alla maternità con i benefici previsti dalla legge.

Le madri lavoratrici a tempo indeterminato pagano la maternità con una diminuzione del 20% del salario nei 5 mesi di congedo obbligatorio, le imprese pagano la maternità con i contributi sul salario che alimentano il fondo previdenziale su cui grava l’indennità, le madri precarie pagano la maternità rischiando il proprio posto di lavoro o rischiando di dover dipendere dalla famiglia o dal proprio compagno.

Noi vorremmo che a pagare la maternità fosse il bilancio pubblico.

In Francia la spesa sociale a favore di famiglia e bambini è il 2.5 del PIL. In Germania il 3.2.
In Italia è l’1.1. Crediamo per questo che esistano i margini perché il nostro paese corrisponda un assegno di maternità universale per cinque mesi a tutte le madri, dipendenti o autonome, stabili o precarie, a carico della fiscalità generale e non di un fondo INPS.

Maternità? Vogliamo poter scegliere:
RIMETTIAMOCI AL MONDO, TUTTE.

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