Secondo ciclo di mostre “Prospettiva Post-Avanguardia” a Palazzo Zenobio, Venezia

Mostre

Secondo ciclo di mostre “Prospettiva Post-Avanguardia” a Palazzo Zenobio, Venezia

Dopo il successo di pubblico e di critica del primo ciclo inaugurato sabato 4 agosto, si inaugura sabato 18 agosto alle ore 19 presso Palazzo Zenobio a Venezia il secondo ciclo di mostre in programma (1 personale e 3 collettive tematiche) della Rassegna di arte contemporanea intitolata “Prospettiva Post-Avanguardia” a cura di Valentina Carrera, Virgilio Patarini e Barbara Vincenzi con la collaborazione di Alessandro Baito e Izabella Lubiniecka.

Nel corso della serata ci sarà una breve esibizione della cantante lirica Benedetta Faucci e dei Rains Dogs in The Fog.

Queste le quattro mostre del secondo ciclo:

“Sélection Comparaisons”, mostra proveniente dal Grand Palais di Parigi che dopo essere stata presentata nei mesi scorsi a Milano alla Galleria Zamenhof e a Lecce al Castello di Carlo V approda ora a Venezia e presenta una selezione di 88 opere di grande formato per altrettanti artisti selezionati all’ultimo Salon Comparaisons parigino, a cura di Izabella Lubiniecka e Virgilio Patarini (vedi sito http://selectioncomparaisons.jimdo.com/ ).

“Riccardo Licata, Opere recentissime”, a cura di Virgilio Patarini

“Il senso del colore”, a cura di Valentina Carrera

“La ruggine e la luce”, a cura di Valentina Carrera e Virgilio Patarini

Il 30 agosto, alle ore 18,30 si terrà il finissage delle quattro mostre, in concomitanza con l’opening dell’evento organizzato a Palazzo Zenobio dal MAXXI di Roma: “Michele Valori, Abitare le case”

Qui di seguito una presentazione sintetica delle 4 mostre

(dal 18 al 30 agosto):

Sélection Comparaisons

A cura di Isabella Lubiniecka e Virgilio Patarini. Sotto l’egida di Paul Alexis, presidente del Salon Comparaisons (Parigi, Grand Palais). Con la collaborazione di Michele Destarac, Jean-Jacques Lapoirie, Anne Moser, Neuville, Chantal Roux.

Opere di: Asilva, Jean-Louis Aucagos, Louise Barbu, Françoise Blanc-Dupasquier, Christel Brunnel, Pola Carmen, Carmelo Castellano, Vito Cecere, Dominique Choumiloff, Bernard Clarisse, Cléma, Anne Commet, Fabienne Comte, Ralph Cutillo, Laurent Dauptain, Jackie David, Claire De Chavagnac-Brugnon, Delphine De Luppé, Philippe De Latour, Michele Destarac, Silvie Demay, Colette Deyme, Franck Duminil, Hélène Durdilly, Luco Espallergues, Françoise Galle, Pascal Garin, Laurence Garnesson, Joanna Gorecka, Nataly Goubet, Michel Graff, Gray, Florence Grenot, Janine Jacquot-Perrin, Hélène Jacqz, Françoise Joudrier, Bruno Keip, Sang Lan Kim, Ina Kwon, Jean- Jacques Lapoirie, Jacques le Guilly, Maurice Le Mounier, Bernard le Nen, Lylou le Signor, Elisabeth Lemaigre-Voreaux, Annie Lemaire-Teroute, Esti Levy, Riccardo Licata, Gilles Lizanet, Lorsa, Jean Madec, Pierre Magnin, Isabelle Malmezat, Jean-Antoine Malot, Sophie Mandrillon, Laurent Marre, Isabelle Mehling, Emmanuel Michel, Huguette Mohr, Anne Moser, Kumiko Nakajima, Ahmad Nejad, Neuville, Oshima Makoto, Isabelle Palenc, Denis Panorias, Virgilio Patarini, Bernard Pierron, Daniel Pirrotta, Anne Pourny, Ingrid Raasch, François Réau, Jean-François Rieux, Florence Roqueplo, Chantal Roux, Schnee, Catherine Sévérac, Véronique Soriano, Catherine Schmid, Françoise Serieys, Jean-François Taburet, Philippe Tertrais, Savann Thav, Georges Troubat, Roly Vaer, Philippe Vaquette, Yarmilla Vesovic, Jean-Michel Vigezzi.

Il Salon Comparaisons è ritenuto negli ambienti parigini il più interessante e prestigioso dei Salons che si svolgono al Grand Palais o in altre sedi istituzionali della capitale francese. Nato agli inizi degli anni Cinquanta con lo scopo di “comparare” pittura figurativa e astratta, è erede ideale dei grandi Salons storici di cui ha scritto Baudelaire, o dei Salons degli Impressionisti. Negli anni vi hanno esposto artisti del calibro di Picasso, Tapies, Arman, Yves Klein, Max Ernst, Villegle, Vasarely, Mimmo Rotella, Man Ray, Salvador Dali, René Magritte, tanto per fare solo alcuni nomi. La caratteristica più interessante di questo Salon è che si tratta a tutti gli effetti di una mostra di mostre: una sorta di gioioso, fertile confronto tra differenti tendenze artistiche. Il Salon infatti è diviso in gruppi capitanati ciascuno da un artista di fama riconosciuta il quale seleziona una quindicina di artisti “omogenei” che vanno a dare vita ad una serie di vere e proprie mostre tematiche, tra quelle più rappresentati nel tour italiano segnaliamo: il gruppo di Paul Alexis “Memorie incrociate”, il gruppo fondato da Licata e ora diretto da J. J. Lapoirie”Segni e tracce”, il gruppo di Chantal Roux “Ritorno d’emozione”, quello di M. Destarac “Astrazione lirica”, “Realtà seconda” di Anne Moser e “Gesto e sintesi” di Neuville.

Per questo tour di mostre in Italia, infatti, Virgilio Patarini e Izabella Lubiniecka hanno selezionato tra gli oltre 400 artisti del Salon del 2011 cinque gruppi e una ventina di artisti sparsi, per un totale di 88 opere di altrettanti artisti: opere ed artisti che rappresentano uno spaccato particolarmente significativo per qualità e originalità di tutto il Salon- Sono stati invitati come ospiti d’onore due personaggi storici ed emblematici del Salon: Jean Madec e Riccardo Licata. Jean Madec è stato uno dei fondatori del Salon e fino al 2010 uno dei capi-gruppo più autorevoli. L’italiano Riccardo Licata, che come molti sanno ha ereditato a Parigi, all’Accademia di Belle Arti, la cattedra di mosaico che fu per molti anni di Gino Severini, è stato uno degli animatori del Salon nel seno del quale ha fondato il Gruppo “Segni e Tracce”.

Riccardo Licata: Opere recenti

Mostra personale a cura di Virgilio Patarini

Riccardo Licata nasce a Torino il 20 dicembre del 1929. La sua famiglia si trasferisce dapprima a Parigi e poi a Roma dove vive dal 1935 al 1945. Nel 1946 si trasferisce con la madre a Venezia. Nel 1947 s’iscrive al Liceo Artistico. Studia la cultura della Bauhaus e inizia a cimentarsi con il mosaico. Conosce gli artisti Santomaso, Vedova, Viani, Turcato, Birolli. Nel 1949 con altri giovani costituisce un gruppo di tendenza astratta. Nel 1950 s’iscrive all’Accademia di Belle Arti di Venezia e comincia ad esporre. Partecipa con un grande mosaico alla Biennale di Venezia del 1952 e, l’anno successivo, alla Triennale di Milano.

Conosce Gino Severini che raggiungerà a Parigi, come assistente alla cattedra di mosaico, l’anno successivo. Inizia a vivere tra Parigi, frequentandovi gli studi di vari artisti e Venezia dove mantiene il proprio. Diventa docente di mosaico all’Accademia di Belle Arti di Parigi e, dal 1970, insegna tecniche dell’incisione a Venezia. Nel 1963 vince il premio Michetti. Partecipa alle Biennali di Venezia del 1964, 1970 e 1972, alla Quadriennale di Roma, alle Biennali di Parigi, San Paolo e Alessandria d’Egitto.

In questo periodo sviluppa e definisce quello che poi diventerà il suo linguaggio artistico, una specie di alfabeto composto da simboli e tratti grafici, che caratterizzeranno gran parte della sua produzione, in particolar modo negli oli su tela, nelle tecniche miste, e nelle serigrafie a tiratura limitata. Questi tratti che Licata stesso definisce lettere immaginarie, una “scrittura grafico-pittorica” che trae ispirazione dal linguaggio musicale vengono usate dall’artista per comporre le opere che lo renderanno famoso.

Suoi grandi mosaici sono installati in spazi pubblici di città italiane e francesi quali Genova (Palazzo dei lavori pubblici), Bourgoin Jailleu, Sault les Rethel, Lille (Università),Perpignan, Monza (largo di via Italia), Reggio Emilia (Camera del Lavoro), ecc. Si è occupato anche di scenografie teatrali ( Medea di Euripide, nel 1978 a Treviso, Teatro Comunale) e di balletto (Ichspaltung di Giuseppe Marotta nel 1980 a Venezia, Teatro Goldoni). Sue opere si trovano presso Musei d’Arte Moderna di Venezia, Milano, Mulhouse, Alessandria, Roma, Torino, Varsavia, San Paulo del Brasile, Vienna, New York, Stoccolma, Firenze, Stoccarda, ecc. La Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia ha allestito dal 31 marzo al 1º maggio 2007 l’importante mostra:’ Riccardo Licata. Diari di viaggio’, dove sono stati esposti acquarelli e disegni del maestro eseguiti su diversi album su carte pregiate.

Presso il Museo Nazionale di Palazzo Venezia – Sala Regia e Sala delle Battaglie – a Roma, nel gennaio/marzo 2009, si è tenuta, inaugurata alla presenza di alte cariche dello Stato e del Ministero per i Beni Culturali, l’importante rassegna “Riccardo Licata e le stagioni dello spazialismo a Venezia” che ha ripercorso, proprio nell’anno in cui compie gli 80 anni di età, la carriera artistica del maestro, anche approfondendo il confronto fra il percorso del pittore negli anni 1950 e 1960 e quello di tutti gli altri artisiti veneziani suoi contemporanei che aderirono in quegli anni alla corrente spazialista, geniale e rivoluzionario movimento artistico che influenzò profondamente l’arte europea nel Dopoguerra grazie al lavoro del suo teorico e fondatore, Lucio Fontana, che ne suggellò la nascita a partire dal 1947.

Sempre nell’anno 2009, la città di Venezia, per celebrare gli 80 anni del pittore e mosaicista, ospita nel prestigioso Palazzo Ducale una grande mostra di mosaici e vetri. Nello stesso anno Venezia ospita inoltre, presso la sede espositiva della ex Chiesa di Santa Marta, “Porto D’Arti” evento collaterale alla 53esima Biennale d’arte (progetto che figurerà nel Catalogo generale della stessa Biennale e in tutte le comunicazioni dell’Ente) in cui il maestro, che già annovera ben 8 presenze alla Biennale Veneziana, espone unitamente ad altri 7 artisti italiani di fama internazionale, tra i migliori esempi italiani nell’ambito delle arti visive.

La ruggine e la luce

A cura di Valentina Carrera e Virgilio Patarini

Opere di: Stefano Accorsi, Simone Boscolo, Valentina Carrera, Fabio Cuman, Moreno Panozzo, Virgilio Patarini, Luigi Profeta, Raffaele Quida, Edoardo Stramacchia, Sasha Zalenkevich

“It’s better to burn out than to fade away cause rust never sleeps” (“è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente, perché la ruggine non dorme mai”), cantava Neil Young nel 1979… E di ruggine che corrode i metalli e di luce sprigionata dalle fiamme è fatta questa mostra. Non solo in senso metaforico. Opere che gridano la loro presenza fisica, materiale sono presentate accanto a quadri che sussurrano il loro anelito alla trascendenza. L’hard ware dei bassorilievi, delle sculture e delle installazioni di Carrera, Panozzo, Patarini e Profeta convive con il soft ware dei quadri di Accorsi, Boscolo, Quida e Zelenkevich.

E Fabio Cuman così hard nelle sculture e soft nei dipinti…

Nel 1915 Heinrich Wolfflin ricostruiva la storia dell’arte moderna seguendo le oscillazioni dei secoli tra forme chiuse e forme aperte, tra lineare e pittorico, tra chiarezza e oscurità: tra hard ware e soft ware (appunto) diremmo noi oggi.

Oggi, quasi un secolo dopo, artisti della stessa generazione, ovvero la generazione post-moderna, quella delle post-avanguardie, possono essere, indifferentemente, o addirittura al tempo stesso, campioni dell’uno e dell’altro polo. Artefici di opere aperte o chiuse. Oscillando come acrobati tra la ruggine e la luce. Filosofi e artigiani.

Virgilio Patarini

Il senso del colore

A cura di Valentina Carrera

Opere di: Stefano Accorsi, Alessia Bressanin, Mariano Dal Forno, Angelo De Boni, Luigi Marchesi, Claudia Strà

Negli artisti di questa mostra si deve notare quanto l’indagine artistica riesca, attraversando trasversalmente queste apparenti categorie, di volta in volta a creare un’esperienza unica, che può trasformare una fotografia in un quadro, un quadro in una scultura, una scultura in un’emozione primaria. Ogni opera si nutre poi della sua apparente semplicità per proiettare verso l’esterno, in modo chiaro e diretto, il nucleo della sua essenza. È appunto la ricerca di questa essenzialità il percorso lungo il quale i curatori hanno cercato e infine selezionato gli artisti di questa mostra, riconoscendo oggi il ripetersi di una dinamica già vissuta dall’arte circa un secolo fa. Nella transizione tra il XIX e il XX secolo ci fu un profondo mutamento storico-artistico che portò al progressivo allontanamento dall’impressionismo ottocentesco verso una rottura della rappresentazione nei suoi elementi costitutivi, e cioè i colori. Ci riferiamo in questo senso al puntinismo, al cubismo e al futurismo, o all’unicità di Piet Mondrian. Nello stesso modo oggi, nella critica transizione tra il XX e il nostro secolo, possiamo individuare una nuova attenzione per le strutture fondanti l’esperienza umana. C’è però una differenza sostanziale che viene ad evidenziarsi tra i due periodi. Un secolo fa la ricerca era tesa all’individuazione degli elementi costitutivi di un reale che progressivamente veniva sempre più disfacendosi, fino alle conseguenze di quel trauma che fu la Prima Guerra Mondiale. Oggi invece possiamo parlare, in relazione ad un mondo in crisi che sembra non ritrovare quell’equilibrio necessario per saldamente costruire un futuro certo, di una ricerca individuale, che non dimentica però di proiettarsi verso il collettivo; ricerca intellettuale, che non perde però potenza sfociando in aridi intellettualismi; una ricerca politica ed esistenziale alle radici del senso. Partendo, consciamente o inconsciamente non importa, dalla Fenomenologia della percezione di Merleau-Ponty gli artisti in mostra sono capaci di individuare dei campi, sostanzialmente monocromi, che riflettono la sfera primaria dell’esistenza. È in questo senso che il colore dev’essere interpretato: manifestazione di un’emozione, di un sentimento, di un’idea archetipica, che si staglia nel campo visivo dell’osservatore per indicare un punto di partenza su cui costruire una nuova struttura interpretativa. Le singole individualità, ciascuna in un rapporto dialogico con un certo tipo di tradizione artistica, attraverso la sovrapposizione o la sottolineatura o l’evidenziazione di alcuni semplici elementi, sottolineano quindi quale può essere un’ipotesi credibile di sviluppo.

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