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Skivers contro strivers: la crisi in UK tra giochi di parole e tagli al welfare

Attualità

Skivers contro strivers: la crisi in UK tra giochi di parole e tagli al welfare

Gli inglesi sono un popolo amante dei giochi di parole. É parte del loro celebre humour, ma anche del linguaggio dei media e della politica: vi fanno ricorso massiccio tanto i tabloid quanto i politici, che coi tabloid flirtano spesso e volentieri. Anche il Tory più impettito, formatosi nell’esclusivissimo Eton College, non si sottrae alla sfida di coniare nuovi tormentoni, che rimbalzano di tg in tg, di giornale in giornale, e influenzano l’opinione pubblica.

In questi giorni sui media nazionali sta furoreggiando uno di questi jokes, come vengono chiamati qui, sfornato nientemeno che dal Ministro dell’Economia George Osborne: nel proporre un taglio massiccio ai cosiddetti benefits, i sussidi statali riservati alla fascia di popolazione più vulnerabile, in particolare disoccupati cronici, o lavoratori a bassissimo reddito, il suddetto ministro ha apertamente attaccato quelli che in modo dispregiativo designa come skivers (i dormiglioni, disoccupati di professione, che preferiscono vivere di miseri sussidi piuttosto che rimboccarsi le maniche), contrapponendoli agli strivers (ossia coloro che lottano duramente, lavorando sodo, per tirare avanti nei tempi bui della crisi).

Skivers contro strivers dunque: poche consonanti di differenza, ma un abisso agli occhi della popolazione inglese.

I primi vengono spacciati per parassiti che pesano sul bilancio dello stato, trascinandolo negli abissi di un debito elevatissimo e senza precedenti; i secondi invece come ultimi autentici rappresentanti dell’orgogliosa working class britannica. Negli ultimi mesi sono fiorite sui tabloid più aggressivi e conservatori storie sensazionali circa sussidi esagerati concessi a famiglie extra-large, nelle quali nessun componente ha un impiego e che però si possono permettere un reddito più elevato di onesti lavoratori con paghe da fame. Notizie queste frutto di un’ottica distorta sul problema, che si concentra su deplorevoli eccezioni e trascura invece come la maggioranza di quanti richiedono un sussidio si trova debilitata al lavoro per handicap di varia natura, malattie croniche, ritardi cognitivi, oppure a causa di un disastroso background famigliare.

La classica guerra tra poveri, dove alla fine non ci sono vincitori, ma solo vinti. La campagna denigratoria scatenata dai conservatori al governo contro le persone on benefits mira, infatti, a preparare il terreno presso l’opinione pubblica per epocali tagli al welfare state britannico.

In tempi di implacabile spending review ad essere intaccati per primi sono stati i sussidi per le abitazioni. Ne è risultata una specie di deportazione in massa di intere famiglie, fino ad allora aiutate dallo stato a far quadrare i conti, da città dagli affitti troppo elevati (in primis Londra) a zone invece più abbordabili, soprattutto il misero nord dell’Inghilterra e le località di mare più disagiate.

La crisi finanziaria, che non accenna ad allentare la propria morsa sull’economia del Regno, ha fatto dunque venire al pettine i nodi di una pluridecennale politica assistenzialista poco avveduta, che ha portato alla creazione di un ceto di diseredati, al quale viene concesso il minimo indispensabile per la sopravvivenza, ma che è stato privato forse dell’unico mezzo di riscatto sociale a sua disposizione: un’educazione pubblica di qualità, che apra ai giovani dai background più svantaggiati non soltanto la via all’università, ma anche più semplicemente la possibilità di acquisire competenze tecniche più spendibili in vista di un lavoro dignitoso.

Ma a fronte di investimenti considerevoli in sussidi poco costruttivi, perché rispondenti più a una logica di beneficenza e alimentanti così il circolo vizioso di disoccupazione ed emarginazione, i governi britannici hanno lasciato cadere in miseria le scuole statali, notoriamente afflitte da croniche mancanze di fondi, da sovraffollamento, da inadeguatezza e demotivazione del personale docente. Quanti le frequentano hanno statisticamente molte meno chance di accedere a una buona università, e di conseguenza a una professione qualificata, rispetto a coloro che si possono permettere costosissime scuole private, istituti spesso eccellenti, anzi tra i migliori al mondo, ma accessibili a un numero sempre più ristretto di famiglie. Se David Cameron e sodali vorranno avere successo nel loro tentativo di reinserire nel mercato del lavoro il maggior numero di persone disoccupate, specie giovani, ora on benefits, dovranno puntare a un serio piano di riforma dell’istruzione pubblica, più che a misure quasi intimidatorie di tagli brutali in nome del bilancio.

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