Slovacchia, la scuola ebraica e la sinagoga abbandonate durante la Seconda Guerra Mondiale

Slovacchia, la scuola ebraica e la sinagoga abbandonate durante la Seconda Guerra Mondiale

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Slovacchia, la scuola ebraica e la sinagoga abbandonate durante la Seconda Guerra Mondiale

Luogo di culto ebraico slovacco
La sinagoga abbandonata a Košice,in Slovacchis

Una mostra fotografica per documentare l’orrore della Shoà attraverso una scuola ebraica e una sinagoga abbandonate in due città della Slovacchia importanti dal punto di vista culturale.

La mostra fotografica

Libro in abbandono

A Košice, città della Slovacchia orientale e capitale europea della cultura nel 2013, esiste una sinagoga abbandonata dal 1942, periodo in cui infuriava la Seconda Guerra Mondiale, gli ebrei vivevano sotto le leggi razziali e venivano deportati nei lager nazisti. Il luogo di culto fu scoperto dal fotografo slovacco canadese di origine ebraica Yuri Dojc e dalla regista e produttrice Katya Krausova nel 2006. Vi rimangono libri dalle pagine consunte, stropicciate e mezze stracciate, locali in disarmo ma dei quali si può ben intuire la bellezza precedente al conflitto.

Dal viaggio di Dojc e della Krausova nella memoria della Slovacchia ebraica nacque una mostra, intitolata Last Folio, che arrivò anche in Italia alla Ermanno Tedeschi Gallery della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Si trattò di un evento promosso dall’Ambasciata della Repubblica Slovacca in Italia, in collaborazione con l’Ambasciata del Canada in Italia, dopo essere stato ospitato alla Cambridge University, al Museum of Jewish Heritage di New York e alla Commissione Europea di Bruxelles.

Durò dal 29 ottobre 2013 al 27 gennaio 2014. Oltre alla sinagoga di Košice, venne immortalata anche una scuola ebraica abbandonata a Bardejov, città nord-orientale della Slovacchia e patrimonio dell’umanità dell’UNESCO.

Scuola ebraica in abbandono

In questo vecchio istituto abbandonato, Yuri Dojc e Katya Krausova trovarono ancora quaderni corretti, pagelle, registri e libri lasciati lì negli Anni Quaranta dagli studenti ebrei, che poi furono deportati nei campi di concentramento. Tra loro c’era anche il nonno di Yuri, del quale il nipote trovò un libro. Quando morì il padre, nel 1997, il fotografo incontrò un altro sopravvissuto alla Shoà, e fu in quell’occasione che decise di fotografare altri sopravvissuti slovacchi ancora in vita, i cimiteri ebraici, gli oggetti che i perseguitati e i loro vicini non ebrei che magari li avevano aiutati erano riusciti a preservare dal disastro, e volle ascoltare le storie di chi “c’era ancora” per documentarle. “Ognuno di noi ” – disse Dojc poco prima della mostra – “cerca di lasciare delle tracce della nostra esistenza, un segno che rimarrà quando non ci saremo più.

Ma non è rimasto quasi nulla che ricordi le persone le cui vite sono state stroncate durante l’Olocausto. La fotografia mi permette di costruire un memoriale privato in loro ricordo. Tramite queste foto rendo loro omaggio e mantengo vivo il loro ricordo”. E si augurava che la sua mostra che è stata ospitata nella capitale italiana e nella quale aveva raccolto tutto ciò che poteva raccogliere sull’orrore nazifascista, ci riuscisse.

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