Souvenir: tanto brutti, tanto ricercati, sempre comprati COMMENTA  

Souvenir: tanto brutti, tanto ricercati, sempre comprati COMMENTA  

Siete a Marrakech da una settimana. Avete resistito fino all’ultimo nello shopping compulsivo che vi ha colto, ma non potete farcela ancora per molto… Loro sono lì che vi chiamano, in ogni angolo. Non avete scampo. E alla fine cedete. Di cosa parliamo? Delle immancabili babbucce gialle. Tradizionalissime e amate, da abbinare ad elegantijallabia. Sono loro il souvenir dal sapore un po’ kitsch per eccellenza. Quello che in qualche modo simboleggia un luogo, che sul posto vi sembra meraviglioso ma poi una volta a casa non sapete davvero che farvene. Le indossate, ma quando, come? Alla fine le mettete per un mese a casa e poi finiscono in fondo all’armadio… Forse le tirate fuori per qualche festa ma tolte dal loro contesto, cioè le splendide vie della medina di Marrakech, non ce le vedete proprio tra le strade di Milano o Roma.

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Ma le babbucce gialle non sono l’unico improvvido acquisto che spinti dall’entusiasmo sulla destinazione, ci si trova a comprare in viaggio.

Ecco allora spuntare l’immancabile cappello di paglia in Messico. Esagerato sombrero o più sobrio panama, una volta tornati in Italia non si riesce più ad abbinarlo a niente. Solo quando, disperati, montate l’amaca in giardino, accompagnando il tutto con un bicchiere di tequila o rhum, vi rendete conto che il cappello appartiene ad altre latitudini e che al sole della Sicilia, che vi sembrava così forte, il look ranchero si abbina poco.

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Stesso discorso con i cappelli da cowboy negli Stati Uniti. Una visita ad un negozio tradizionale e volete anche comprare speroni e stivali borchiati, tanto è l’entusiasmo.Ma forse dovreste pensare a quando potrete indossare un tale completino.


Per non parlare degli amanti dei colbacchi di pelo. A parte farvi sembrare un po’ zar, sono in grado, in dieci minuti di portare la temperatura del vostro cranio  da 15 a 50 gradi.

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Pensateci prima di acquistarli, a meno che non programmiate un viaggio in Siberia.  
Diverso il caso con i Kimoni giapponesi. La febbre lì arriva quasi subito. Le ragazze soprattutto, si immaginano subito un po’ geishe appena cade l’occhio sulle vetrine dei negozi eleganti e tradizionalissimi del quartiere di Ginza a Tokyo . Poi però la complicazione nell’indossarlo e il prezzo, allontanano dall’acquisto, per ripiegare sugli estivi e più semplici (anche per le tasche) Yukata da mettere sopra i leggings, magari per una festa tra amici. Sui Sari invece in India  occhio a prendere anche il top. Allettati dai prezzi più accessibili, molti non calcolano cosa metterci sotto e soprattutto non hanno idea di come avvolgerlo, operazione che, come nel caso del kimono tradizionale, richiede un aiuto da qualcuno di esperienza, con il risultato che non lo metterete mai. E poi quando, a Capodanno per la festa al lago?

Altro capitolo va aperto sulle fantasie a maglia. Dai poncho peruviani ai maglioni scandinavi un filo rosso li collega attraverso l’Oceano Atlantico: stupenda la lavorazione, brillanti i colori ma poco abbinabili le fantasie. Nel caso dei poncho peruviani poi si aggiungono anche le frange a rendere tutto ancora più etnicamente disordinato. Tengono caldissimo, soprattutto grazie alla lana d’alpaca, ma obiettivamente le fantasie sono un po’ fulminanti. Anche i maglioni scandinavi o islandesi sono caldissimi e molto comodi. Spesso poi sono molto ben lavorati per resistere alle basse temperature. Non so, per esempio, i meno 20 gradi di Palermo a febbraio!!!

Francesco Alessandro Sereni

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