Steve Kerr: la fortuna non arriva, si crea COMMENTA  

Steve Kerr: la fortuna non arriva, si crea COMMENTA  

Qualche piccolo nome: John Stockton/ Karl Malone, Zlatan Ibrahimovic, Max Biaggi. Campioni di caratura mondiale, campioni perché mostri sacri nel proprio sport. Campioni sì, ma non vincenti. O meglio, non vincenti al 100%. Sì, perché la dura legge dello sport (e della vita in generale) recita che il secondo arrivato è comunque il primo dei perdenti. E’ una dura e cruda legge, ma è vera e schietta. Ora, soffermandoci un secondo sui nomi appena elencati, bisogna definire meglio la frase: “non vincenti al 100%”.


Partiamo da Max Biaggi. Il pilota di moto romano ha vinto non poco. Nella bacheca del suo salotto, infatti, può vantare ben 4 titoli del mondo in classe 250 e 2 titoli in Superbike (e il prestigio di essere stato il primo pilota italiano a vincere tale premio). Sì, ma la 500/Moto GP/classe regina? Titoli di questa classe nemmeno l’ombra. E’ vero che il caro Max ha sempre e comunque corso bene, è vero che a vincere era sempre un certo Valentino Rossi, ma non può e non deve essere una scusante.  Sfortuna?

Passiamo ora a Zlatan. Non penso di esagerare nell’affermare che Ibra è la più forte ed elegante prima punta (prima punta, ripeto. CR e Leo sono attaccanti sì, ma NON prime punte) del panorama calcistico mondiale. Il buon Zlatan ha vinto con ogni squadra in cui ha militato, e che squadre (Ajax, Inter, Juve, Barcellona, Milan, PSG). Ma la Champions League/ trofeo più ambito da un calciatore? Mai. La regola è che dove Ibra arriva, la Champions saluta; dove Ibra saluta, la Champions arriva. Sfortuna anche qui?

Parliamo ora del magic duo di Utah. John Stockton è stato il miglior playmaker che la NBA abbia mai visto. O forse il secondo dopo Magic. O forse il terzo dopo Mario Chalmers. Detiene il record di assist sfornati di tutta la storia della lega. Il suo socio, il grosso maschione tutto muscoli e calvizie, è il secondo miglior realizzatore della storia della National Basketball Association. Solo Kareem Abdul-Jabbar ha messo a segno più punti da lui. Ma, nonostante tutto, nonostante questa coppia esplosiva e grandiosa, i Jazz degli anni ’90 non hanno mai vinto un titolo NBA. Malone è addirittura migrato a L.A., a fine carriera, per vincere un titolo, assieme a The Glove Payton, ma nulla. Si tratta di sfortuna pure in questo caso?

Rispondo a tutti e tre i quesiti: no. La dura legge dello sport, infatti, ha l’ingrato compito di rivelare quale è effettivamente la natura di un atleta. Alcuni giocatori/piloti sono fatti per vincere, altri per non vincere mai, altri per essere lì, al posto giusto e al momento giusto, per vincere. Steve Kerr è uno degli appartenenti alla terza categoria.


Ora, questo articolo non si propone di tratteggiare la figura del buon Steve, come quella di un losco deuteragonista (sì, è un termine ostico, lo ammetto, ma dà suspence. Vuol dire, in ogni caso, secondo attore, un non-protagonista) pronto solo a salire sul carro dei vincitori. Kerr non è uno Steven Bradbury, capace di vincere solo grazie alle cadute altrui.  L’allenatore degli attuali Golden State Warriors è ed è sempre stato, invece, uno di quegli uomini pronti a vincere.


Ha capito che probabilmente Stockton mi avrebbe lasciato libero per andare a raddoppiarlo, quindi mi disse: “Be ready!”

Le parole che Steve Kerr ricorda, quel “Be ready!”, non gli sono state rivolte da uno qualunque: Michael Jordan gliele aveva dette. Sì, perché quelle parole gli furono rivolte il 13 giugno 1997, sul parquet dello United Center, mentre si dovevano disputare gli ultimi 30 secondi di gara 4 delle Finals. A fronteggiarsi i Bulls di Air, Scottie e the Worm, contro i Jazz dei sopracitati Stockton/Postino.

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Le squadre si trovano in parità sul punteggio di 86-86 e Phil Jackson, durante il time-out, aveva disegnato uno schema che prevedeva un tiro dalle mani del dio con la casacca numero 23. Per Jackson, per gli spettatori del palazzo, per i giocatori avversari e per i compagni di Michael era l’unica soluzione possibile. Tuttavia, già in gara 1 i Bulls avevano vinto grazie ad un tiro dal gomito di Jordan, per cui quest’ultimo decise di sacrificare il shot della vittoria della partita/titolo al piccolo biondino numero 25. La storia insegna che fu la scelta giusta. Chicago vinse il titolo, così come l’anno prima e quello successivo.

Quell’anello però non sarebbe mai arrivato se il gregario Kerr non fosse stato pronto. Se non fosse stato assetato di vittorie tanto quanto (di più non era possibile contro Michael, il quale era capace di tagliarti un braccio per vincere una partita a ping pong) Jordan.

 

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E pensare che il piccolo ragazzo, alto 191 cm, non è mai stato una superstar. Chiamato al secondo giro al draft, arrivato a Chicago l’anno in cui MJ si era ritirato per tentare fortuna col baseball, Kerr non ha mai avuto le sembianze di un vero vincente. Michael, invece, lo aveva capito. Durante un allenamento, i due si erano beccati e Michael lo aveva colpito con un bel diretto. Jordan avrebbe potuto tranquillamente fregarsene, lui era il capitano indiscusso di quella squadra, Chicago era sua, il mondo gli si prostrava davanti a ogni suo passo. Aveva però capito che quel ragazzo biondo non era uno qualunque, quindi alzò il telefono gli chiese scusa e decise che lo avrebbe reso un vincente.

Non finì lì la carriera di Steve Kerr. Si presentò alla corte del duo Robinson-Duncan dopo il three-peat coi Bulls e andò a vincere il suo quarto anello consecutivo (per poi ripetersi nel 2003 sempre con i San Antonio Spurs).

“Inizio a pensare che porto fortuna”

Caro Steve no. Non si tratta di fortuna. La carriera di un pluri-campione da giocatore, e di possibile (non probabile) campione NBA da allenatore ha ben poco a che fare con quella fortuna che passa lì per caso, ti bussa alla porta e ti tiene la mano fino a che non si stufa. La fortuna, spesso, bisogna costruirsela e il buon Kerr deve aver dei bei calli sulle mani.

 

Kristoffer Castillo

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