The Walk, un cammino nell'immaginario

The Walk, un cammino nell’immaginario

Cinema

The Walk, un cammino nell’immaginario

The Walk, un cammino nell'immaginario
The Walk, un cammino nell'immaginario

L’impresa di Philippe Petit raccontata dal maestro Zemeckis

Joseph Gordon Levitt nei panni del funambolo francese

The Walk non sarà forse un campione d’incassi (e non è certo un classico blockbuster) ma garantisce allo spettatore che “sente” di andarlo a vedere (specialmente in 3D) un’esperienza unica che ripaga con un coinvolgimento quasi fisico di immedesimazione nell’impresa storica di Philippe Petit.

La camminata sospesa tra le ormai ridotte a tragico ricordo torri, diviene quasi una rivisitazione moderna del mito di Icaro. Solo che in questo caso le ali restano intatte, anzi si spiegano, il tutto reso ancor più glorioso e a tratti onirico dalla consapevolezza che quest’impresa è reale.

Nel 1974, il francese Philippe Petit infatti compì la traversata su un filo tra le Twin Towers scolpendo definitivamente il suo nome nell’immaginario collettivo realizzando un’impresa tanto maestosa quanto folle percorrendo per otto volte (40 minuti) il cavo sospeso ad un’altezza difficilmente immaginabile, il tutto privo di alcuna protezione.

Zemeckis, certificato maestro di cinema (regista diella trilogia di Ritorno al Futuro, Roger Rabbit, Forrest Gump, Cast Away) ci proietta senza filtri nel sogno di uomo.

Apparentemente un folle. Siamo così in un’affascinante Parigi degli anni ’70 con l’occhio puntato dritto su un giovane giocoliere che non gioca solo nei suoi numeri ma con la vita stessa. Passiamo per discorsi che virano repentinamente e quasi in maniera surreale dal francese all’italiano (inglese) in un fluire che risulta comunque naturale alla percezione della storia. Abbiamo una esauriente gamma di profilazione delle relazioni umane: il figlio antitetico al padre; un’amore leggero ma al tempo stesso intenso; l’amicizia e la condivisione di un sogno che ne deriva, in maniera più o meno morbosa e che per qualcuno diviene perfino un riscatto dalle proprie fobie. Ovviamente spicca l’uomo (il mito) che sfida la vita probabilmente poichè è la sfida in se che per lui ne garantisce un senso. Joseph Gordon Levitt ci narra direttamente una favola coinvolgendoci con un’aria sognante (anche tutta la preparazione del colpo sembra poter essere solo il frutto di una sceneggiatura), mentre la camera sapientemente diretta da Zemeckis ci porta ad attaccarci con le mani ai braccioli dei sedili e il fiato corto.

Sia a causa di una voglia intrinsicamente trasmessa del superamento dei propri limiti che per una paura viscerale dell’immaginario di siderali altezze, sembra proprio di essere sospesi sul filo.

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