Truth: Grandi interpretazioni per un film su giornalismo e politica

“Truth” di James Vanderbilt, film che ha inaugurato l’ultimo Festival di Roma, narra la storia di Mary Mapes e Dan Rather, che nel 2004, nel programma di informazione Sixty Minutes della Cbs, denunciarono il presunto tentativo del presidente Bush Jr, in procinto di essere rieletto, di evitare il Vietnam facendosi raccomandare nella Guardia Nazionale e furono poi sbugiardati dai bloggers che per primi misero in dubbio l’autenticità dei documenti che provavano tale tentativo.

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Questo è il secondo film sul giornalismo d’inchiesta, dopo “Il Caso Spotlight”. La differenza tra le due pellicole è che in quest’ultima siamo in presenza di una vittoria, coronata addirittura da un Premio Pulitzer mentre in “Truth” assistiamo ad una sonora sconfitta, che porterà la sua artefice principale, nonchè produttrice del programma tv, addirittura al licenziamento. Cattivo giornalismo o altro clamoroso caso di “insabbiamento”? L’interrogativo resta e il film non dà una risposta definitiva nonostante dai più sia stato ritenuto di parte, così come rimane la strepitosa interpretazione di Cate Blanchett, la notevolissima presenza del gigante Robert Redford, che a quasi ottant’anni continua a non risparmiarsi nella scelta dei ruoli, nonché la sorprendente, se non addirittura da premio, prova di un irriconoscibile Stacy Keach (mitico Mike Hammer) nella parte di uno dei protagonisti principali.

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Come non preferire la coppia riuscitissima Redford/Blanchett al clan modesto e senza slanci de “Il caso Spotlight” (con una nomination all’oscar per Rachel Mc Adams che resta tuttora senza alcuna spiegazione). Come non ammettere che, a parità di rigore, soggetto e sceneggiatura, qui sono certamente gli attori a fare la differenza? Ma l’America (e l’Academy) a volte fa scelte discutibili e, forse, questa pellicola più “scomoda” ma certamente non meno meritevole dell’opera di McCarthy, ha subito le stesse sorti dell’inchiesta di cui tratta.

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