Un orto spaziale è in corso, primo passo verso il Terraforming

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Un orto spaziale è in corso, primo passo verso il Terraforming

Michael Griffin, ex-direttore della Nasa, propone di tentare a coltivare un orto nello spazio. Questa la notizia pubblicata su l’Espresso. “Per colonizzare pianeti extraterrestri sarà necessaria una nuova agricoltura, lo space farming. Per svilupparla servirà il concorso di molteplici discipline biologiche, agrarie e ingegneristiche: sarà una vera palestra delle scienze biologiche”, racconta Giacomo Pietramellara, dell’Università di Firenze, in un convegno all’Accademia dei Georgofili che ha fatto il punto sull’agricoltura spaziale”. Le piante e il suolo servirebbero per ricreare un piccolo ecosistema che realizzi i cicli vitali: per smaltire i rifiuti, riciclare i residui organici degli astronauti e l’anidride carbonica, rigenerare acqua pulita e ossigeno.

Stefano Mancuso, direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale all’Università di Firenze aggiunge: “Negli esperimenti più recenti si è visto che è possibile ottenere piante nello spazio. L’unico effetto confermato è il nanismo: dal seme terrestre cresce una pianta normale, ma le sue figlie sono più basse e la statura cala di generazione in generazione, almeno per le quattro o cinque coltivate sulla Mir russa”.

Le sfide per crescere un orto tra le stelle sono tante: in un terreno fine e con bassa gravità, acqua e gas circolano male, si accumulano sali e le radici faticano a respirare e smaltire il calore. Inoltre sali fortemente perclorati e composti tossici come i metalli pesanti rendono arduo indurre e mantenere la fertilità, e possono richiedere interventi di bonifica e l’uso preliminare di specie iperaccumulatrici che puliscano il terreno per quelle alimentari. L’anidride carbonica nelle astronavi è più concentrata che a terra e favorisce una crescita più rigogliosa. Per la luce, la svolta sono stati i Led: consumano poco, quindi sono freddi e possono stare vicinissimi alla pianta, con risparmio di spazio.  Le piante devono però resistere alle radiazioni e ai livelli di ossigeno e azoto tenuti al minimo per risparmiare. Bisogna evitare la contaminazione reciproca con eventuali microbi del pianeta ospite. Ma soprattutto c’è il rischio dei patogeni terrestri, che nello spazio si fanno molto più insidiosi.

 Nessun ostacolo comunque appare insormontabile: da una serra lunare i cui prototipi sono già stati testati sulla Stazione Spaziale, che produrrebbe pomodori o insalata in una base temporanea di 2 metri quadri, tappe via via più ambiziose ci porterebbero nel 2030 a un prototipo lunare di 25 metri quadri, sufficienti all’ossigeno per una persona, e nel 2040-2050 a un prototipo più grande adatto a Marte. L’obiettivo ultimo sono i 100-200 metri quadri a testa che soddisfano le esigenze di cibo, ossigeno, acqua per un astronauta.

La frontiera più estrema, il Terraforming: “Trasformare un intero pianeta per renderlo abitabile come la Terra. Ma non so se sarà mai fattibile”, osserva Pietramellara. Il punto fondamentale è che questi studi saranno utili a terra: le tecnologie per coltivare suoli marginali, riciclare rifiuti, depurare aria e acqua infatti ci daranno soluzioni utili per le megalopoli future.

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Chiara Cichero 1241 Articoli
Mamma, laureata, scrittrice incallita, ambientalista da una vita, esperta in Pnl, in comunicazione di massa e nel benessere emotivo. Maremmana per amore di questa terra tanto rigogliosa, fiorentina di nascita e di formazione. Blogger e redattrice on line, attualmente studentessa in Seo Web Marketing Specialist.