Una storia che non possiamo raccontare. Come perdiamo e ritroviamo noi stessi COMMENTA  

Una storia che non possiamo raccontare. Come perdiamo e ritroviamo noi stessi COMMENTA  

 

Tutti abbiamo storie da raccontare, storie con cui   spiegare e dare un senso alla nostra vita. Ma perché questo succeda,   raccontarle non basta. Ci vuole qualcuno che le ascolti, le comprenda…

e ce   le restituisca. Qualcuno che, se ci siamo persi, ci aiuti a ritrovarci. In   venticinque anni come psicoanalista, Stephen Grosz ha ascoltato migliaia di   storie, e da tutte ha imparato qualcosa sugli esseri umani, e su stesso.

Con   ognuno dei suoi pazienti ha trovato un lessico speciale, da cui poter trarre   “lezioni” universali. In queste pagine ce le racconta, e lo fa con attenzione   alla potenza delle parole semplici, lontano da ogni gergo specialistico.

Nei   brevi, intensi resoconti dei percorsi terapeutici, oltre a delineare un   sottile autoritratto dell’analista, il cui “compito è quello di accompagnare   sulle scena” che è fonte della sofferenza e “lasciare che quella faccia il suo   lavoro”, ci presenta un’umanità che si confronta con tutto ciò che la fa   sentire viva e fragile: l’amicizia, l’amore, la genitorialità, il senso di   colpa, la paura della morte.

L'articolo prosegue subito dopo

Seguendo il percorso dei suoi pazienti scopriamo   che c’è un po’ di noi in ognuno di loro. In Peter, che mente per nascondere   un’infanzia dimenticata e violenta. In Lily, che ironizza su ciò che la fa   soffrire e si sente assolta dalla risata del terapeuta. Nel professor R., che   a 71 anni “tira fuori dalla scatola la sua omosessualità” e finalmente si   sente “a casa”.

Leggi anche

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*