Unicredit, un aumento di capitale molto rischioso COMMENTA  

Unicredit, un aumento di capitale molto rischioso COMMENTA  

Federico Ghizzoni
Federico Ghizzoni

Unicredit è considerata dalla Autorithy europea delle banche, l’Eba, troppo grande per fallire. E’ l’unica banca italiana che può vantare questa rinomanza, conquistata negli anni dal 1997 al 2007 sotto la guida di Alessandro Profumo, a colpi di acquisizioni. Proprio la sua dimensione, è stata alla base della richiesta fatta dalla stessa Eba, di un deciso rafforzamento del capitale, nell’ordine di 7 miliardi, che il management del gruppo ha deciso di effettuare tutto sul mercato, mediante l’aumento di capitale che è iniziato questa mattina. A questo aumento, non si sono sottratti gli azionisti stabili di Unicredit, le Fondazioni con in testa la Crt, seguita da CariVerona, Banco di Sicilia e Cassamarca, pensando che la sottoscrizione per intero della propria quota gli avrebbe permesso di mantenere una salda presa sulla banca. Come si sa, però, il diavolo fa le pentole e non i coperchi e le considerazioni di cui parliamo non avevano preso in esame il fatto che una diluizione troppo forte per le vecchie azioni come quello annunciato, avrebbe comportato una perdita di valore molto pesante nel proprio portafoglio andando a incidere sul patrimonio e sulle erogazioni delle stesse Fondazioni. I crolli ripetuti del titolo Unicredit, che hanno caratterizzato le ultime sessioni di borsa e che hanno spinto la Consob ad aprire una inchiesta sulle modalità di collocazione dei titoli azionari della banca, seguite oggi anche da quello del diritto di opzione, confermano che in pochi tra i vecchi azionisti sono disposti a investire altro denaro, anche se permane la speranza che il prezzo di sottoscrizione, molto basso, unito al valore di un diritto anch’esso ridotto ai minimi, possa invogliare nuovi investitori.

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Anche questa possibilità, però, comporta dei rischi in quanto banche internazionali concorrenti oppure investitori liquidi ma sconosciuti, potrebbero diventare i futuri padroni di Unicredit, senza doversi svenare.

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Qualora, invece, nessuno entrerà in Unicredit nemmeno a prezzi stracciati, le azioni andranno a carico dal consorzio di garanzia guidato da Mediobanca e Merrill Lynch, che hanno garantito entrambe la quota maggiore, 750 milioni a testa.

Queste dovranno essere poi ricollocate sul mercato con un aggravio ulteriore per le quotazioni. Qualora ciò non avvenisse, Mediobanca si ritroverebbe in possesso di una grossa fetta di azioni del proprio principale azionista, a conferma degli intrecci discutibili sempre possibili nella scena finanziaria del nostro paese.

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A parziale consolazione, c’è infine da considerare che l’aumento di capitale aumenterà non poco la solidità finanziaria dell’istituto, che potrà tornare a fungere da volano finanziario per imprese e famiglie, come previsto dal piano industriale partorito da Federico Ghizzoni, che prevede ben 75 miliardi di prestiti aggiuntivi da qui al 2015, che potrebbe aiutare l’economia italiana a ripartire.

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