Vestivamo alla poveraccia Maria Tarditi racconta

Cultura

Vestivamo alla poveraccia Maria Tarditi racconta

 

L’ex maestra Tarditi da best seller locale alla grande editoria “Racconto la mia gente di Langa,ha diritto ad avere voce” È nata nel 1928, scrivere è stata la grande avventura della vecchiaia, un po’ per nostalgia e un po’ perché non ne poteva fare a meno. Ha incominciato a settant’anni, dopo una lunga vita come maestra elementare in scuole di montagna, un libro in sette settimane «per riempire le giornate», tutto a mano su taccuini e quadernetti. È un best seller dell’editoria locale. Ora è stata scoperta da quella nazionale, ma non sembra importargliene molto. Non è la sua storia, ma un poco le somiglia. La «Venturina» diventa con testardaggine una maestra elementare, proprio come è stato per lei, nata a Monesiglio, in val Bormida, in una vasta famiglia contadina con tanto di nonno educato in seminario, che «faceva le prediche» in latino: non la predica della messa, ma la sgridata ai ragazzi, insomma, quella predica lì. «Stultus est dicere putabam», tuonava quando Maria e la sorella protestavano una insincera buona fede dopo qualche marachella. «Si isti et ille cur non ego?» sbeffeggiava quando frignavano perché gli altri ragazzi facevano certe cose e loro no. Risultato, «merda, dicevamo noi due. Ma non lo dicevamo veramente, lo pensavamo soltanto, altrimenti non sarei qui a raccontarglielo. In ogni caso alle magistrali non ho mai avuto difficoltà col latino». Ha occhi chiari e penetranti, un’espressione un po’ seria e un po’ buffa. «La famiglia era il bello di una volta», conclude guardandoti in faccia con aria interrogativa. E intanto, senza parere, già l’interlocutore sta cascando in un pezzo dei suoi libri. Che non sono certo rimasti nel cassetto: attraverso un primo passaggio da un’associazione culturale cuneese, Primalpe, sono infatti confluiti molto presto nella programmazione di un combattivo editore come l’Araba Fenice, sempre di Cuneo. Risultato: Maria Tarditi è diventa popolarissima nel basso Piemonte, ma anche in Liguria e Bassa Lombardia. L’editore portava in giro i volumi alle fiere e alle sagre, i titoli accattivanti andavano via in bancarella tra prodotti locali e souvenir, proprio come il pane: a decine di migliaia nell’arco di sette anni. Il primo era stato pubblicato nel 2005, ma la macchina di scrittura si era messa in moto alla fine degli Anni Novanta.

«Ero vedova, ero sola, la famiglia sistemata, non avevo più impegni», racconta nella casa di Grugliasco dove vive con una delle figlie. Partecipò a un concorso di «Famiglia cristiana» senza neanche sapere il perché. Non successe nulla, lei «andò avanti». Cominciò un diario, ma un diario di anni lontani: la sua adolescenza, fino alla guerra e non oltre, preciso al dettaglio, senza inventare niente, anche se oggi si chiede, da scrittrice, quanto avrà deformato e inconsciamente reinventato, e sa che non ci sarà risposta. «Uno si rifugia nei ricordi, e magari li appunta», dice con sovrana sprezzatura. Ma quel diario diventa il palinsesto di un’infinità di storie, un rigeneratore di memoria da cui nascono in rapida successione i suoi tredici libri. «Ho rinunciato alla mia vecchia macchina da scrivere perché non trovavo più i pezzi di ricambio. Pensai di prendere un coÈ andata avanti con carta e penna, per riempire il vuoto della scuola, dice, per inseguire qualcosa. «Sapevo di aver cominciato tardi, sentivo la vita che scappava… come una malattia». E non poteva fermarsi, perché «tutte queste cose immagazzinate erano tornate improvvisamente, come una piena».

mputer, ma insieme avrebbero dovuto vendermi anche il tecnico. Troppo complicato».

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