Vita da senza tetto COMMENTA  

Vita da senza tetto COMMENTA  

Sono una senza tetto di Seattle. Per ora,  vivo in una tendopoli assieme a circa 60 altri adulti, un mix di uomini e donne, single e coppie. Continuate a leggere per saperne di più sugli alti e bassi che, il giorno per giorno, si presentano nella vita  degli “invisibili” della tendopoli. La mia storia può essere vissuta come uno shock da alcuni, può essere illuminante per gli altri, ma in ogni caso vi garantisco che la mia storia è simile a centinaia se non migliaia di altri senza tetto di tutto il mondo.


Cos’è una tendopoli?

Prima di venire a Seattle non posso davvero dire quanto ero informata circa le tendopoli in cui vivono i senzatetto. Sapevo che esistevano, ma poco altro. Ci sono diverse tendopoli nella zona di Greater Seattle. La maggior parte sono gestite da un’organizzazione non-profit chiamata SHARE/WHEEL cioè la ruota della condivisione (nata dall’associazione Housing Seattle e dallo sforzo delle risorse e dell’uguaglianza della Enhancement League).  A Seattle le tendopoli sono un po uniche nel loro genere in quanto:

  • Sono autogestite, con un consiglio di amministrazione eletto, un consigliere di campo e un codice di condotta applicabile che viene votato dai partecipanti.
  • C’è un controllo accurato sulla storia sociale e legale di ogni aspirante abitante della tendopoli. Nessuno che abbia un mandato attivo o che è un molestatore sessuale registrato può soggiornare in questo campo.
  • Ogni abitante può usufruire del camper comune qualche ora, per effettuare spostamenti di utilità comunitaria (assistere alle funzioni religiose approvate o partecipare alle varie riunioni organizzative), così come per gli spostamenti di “sicurezza” nel campo.
  • Ogni partecipante è tenuto a svolgere un modulo di servizio alla comunità ogni due settimane più tre 3 ore di ronda per la sicurezza comune ogni settimana.
  • Un coordinatore  di cucina, un maestro di  tenda, un coordinatore donazioni, un ragioniere e cinque ufficiali del comitato esecutivo, sono eletti per servire i bisogni degli altri, ogni 30 giorni, al fine di garantire che le norme ed i regolamenti siano rispettati, che i camper non conformi vengano rimossi, e che giorno per giorno tutte le operazioni vengano eseguite nel modo migliore possibile.
  • Gli abitanti della tendopoli hanno la libertà di andare e venire dal campo 24 ore al giorno. E’ necessario registrarsi ogni giorno al fine di ottenere un biglietto dell’autobus gratuito ed evitare che, se ci si reca fuori della zona per molte ore, nessuno si appropri della tenda.
  • La nostra tendopoli è una di quelle più attrezzate:  ha un televisore a tubo catodico che ci è stato donato, un computer sempre donato da benefattori del luogo, una tenda-cucina con fornelletto da campo, e mini-frigorifero, una tenda donazioni per l’abbigliamento e articoli da toeletta, e perfino una tenda coperte (le coperte sporche vengono riciclate da un appaltatore esterno) tutto coordinato dalla parrocchia. Siamo proprio fortunati.

Perché sono qui?

Non sono mai stata una senzatetto prima d’ora – vicina dall’esserlo a dire il vero, ma mai veramente senza casa. Una serie di sciagurati eventi nel corso degli ultimi 18 mesi mi ha lasciata senza fondi, in semi-clandestinità … e senza speranza. Ho quella che io chiamo la “sindrome del coyote” – ossia la capacità di masticare e poi scappare. Qualcuno potrebbe dire che ciò si traduce nella necessità di controllare chi può infliggermi il maggior danno. In ogni caso, ho comprato un biglietto del treno, ho preparato la fatidica valigia di cartone da viaggio e uno zainetto con pochi averi, lasciandomi  tutto il resto alle spalle. Non ho detto a nessuno quello che stavo facendo fino a quando ero già a 100 chilometri di distanza. Poi ho chiamato la mia unica vera amica e le ho detto dove ero diretta. Il viaggio in treno si è concluso nel centro di Seattle.  Ho passato la notte in un bel  letto top in un hotel ben noto … il mio centesimo. Ho usato vasca, guardato la tv via cavo, ed, occasionalmente, mi sono avventurata fuori per una sigaretta. Dalle 21:00, però, le strade erano piene di  uomini, in piedi dall’altra parte della strada, che mi insultavano, mi chiedevano sigarette e anche altro…. Ho subito capito che era meglio non andare in giro dopo il tramonto. La mattina ho cercato su Internet una soluzione per i senza fissa dimora o i rifugi per le donne che hanno subìto violenza domestica.


C’e n’era uno lì vicino. Mi ci è voluto più di un’ora per pensare a  me ed alla mia storia, i ricordi fanno male, ho anche avuto un attacco di panico prima di poter aprire la porta e lasciar uscire l’ultimo brandello di sicurezza. C’è qualcosa di molto surreale quando si lascia un albergo a quattro stelle sapendo che  la vostra prossima tappa è un rifugio per donne maltrattate. Ma quello era il mio posto.


Sono arrivata al rifugio e sono stata accolta da una consulente. E’ un veterinario di strada, un’assistente sociale da 20 anni, una donna che ha visto tutto, indurita fuori, ma compassionevole abbastanza per dirmi che sarebbe andato tutto bene. Il rifugio dispone di programmi per il giorno per la notte. Un sacco di regole, un sacco di fila per questo o quello, e una quota equa di aperta ostilità tra donne tristi, sole e ferite. Il mio posto, senza dubbio.

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Una donna mi ha poi parlato della tendopoli, mi ha detto che lì si ha l’impressione di avere una casa, è come stare in una grande famiglia piena di sconosciuti che condividono un passato difficile. Nessuno ti giudica, perché non hanno il coraggio di giudicare neanche loro stessi.

Così eccomi qui, sotto una tenda da campeggio abbastanza grande da ospitare un lettuccio arrugginito da ospedale ed una stufetta. Abbastanza accogliente da farmi sentire come in un abbraccio, un abbraccio che sà di libertà e solitudine, di rumore e silenzio, ma dove nessuna mano si alzerà più contro di me.

Non è perfetta. Non è un albergo e sicuramente non è tutto arcobaleni e unicorni. Ci sono liti domestiche, ci sono personaggi di ogni genere … ex detenuti, ex-tossicodipendenti, attuali ed ex alcolisti. C’è una gerarchia comune che va conosciuta prima ancora di potersi presentare agli altri. C’è tristezza, depressione, insonnia e nervosismo che colpisce quasi tutti. Ci sono giorni di freddo intenso, vento e pioggia, e sì, anche un paio di giorni in cui la neve deve essere scossa da ciascuna delle tende. C’è più fango di quanto potessi mai immaginare. Ma rimango al sicuro. Ci sono quelli che vanno e vengono in meno di una settimana, ci sono quelli che sono bloccati per infrazioni grandi e piccole, e ci sono quelli che hanno vissuto in questo tipo di situazione per anni. Alcuni hanno un lavoro, alcuni lavorano casualmente, alcuni sono disabili.

Non sono mai stata una tossicodipendente. Non sono mai stata arrestata. Non sono mai stata istituzionalizzata. Ho lavorato in una varietà di industrie, sia colletto bianco che blu. Ho posseduto la mia attività. Ho avuto 10.000 dollari in banca (prima del 2008). Sono sopravvissuta ad un cancro endo-uterino. Sono stata una moglie, una madre, una figlia, una sorella, una zia, una volontaria … Ma niente di tutto questo conta ora. Non a loro, non a me. Essi, come me, sono dolorosamente consapevoli del fatto che ciò che è importante è che ci sono i bisogni umani fondamentali che devono essere soddisfatti. Da questa consapevolezza nasce una comunità che tira consapevolmente insieme per fare in modo che il freddo, l’umidità, la gente stanca, affamata e senza casa abbia una cassetta di sicurezza, un posto semi-stabile che funga da fondamento per ciò che verrà dopo.

 

 

 

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