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23 novembre 1980: Il terremoto in Irpinia

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terremoto irpinia

Una domenica purtroppo indimenticabile per molti quella del 23 novembre 1980. Alle 19,34 una scossa del 6,9 grado Richter, durata circa 90 secondi, sconquassò gran parte del Meridione. L’epicentro si trovava a 30 km di profondità tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza, e Conza della Campania, centri dell’Irpinia che furono quasi totalmente distrutti. L’aerea colpita era molto vasta ed interessava quasi tutta la Campania, numerosi gli edifici a Napoli che subirono danni, la Basilicata e le provincie pugliesi di Foggia e in parte Bari.

Ma fu avvertito anche in Sicilia e in Calabria, addirittura a Poggioreale, in provinica di Trapani, crollò un palazzo. In tutto furono 506 i comuni danneggiati di cui quasi la metà in modo gravissimo, con paesi come Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Torella dei Lombardi, Conza della Campania, Teora, Laviano, Calabritto, Senerchia rasi al suolo. I danni colpirono anche le infrastrutture, con ferrovie e strade inutilizzabili. La mancanza di comunicazioni, dato il gran numero di pali telefonici ed elettrici abbattuti, fece inizialmente sottostimare l’entità del dramma e nella serata si era diffusa solo la notizia di una scossa di terremoto in Campania.

Solo la mattina dopo, con i rilievi effettuati dagli elicotteri, si ebbe comprensione di ciò che era avvenuto. Passarono altri giorni per avere una stima attendibile dei danni a cose e persone, mentre nel frattempo si spargeva la voce che le vittime superavano già le 10000 unità. Il 25 novembre arrivò nelle zone terremotate il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Colpito dal profondo ritardo e dalle inadempienze dei soccorsi, mal coordinati e in gran parte incapaci di affrontare l’emergenza, accentuata dal fatto che, all’epoca come oggi, il Sud d’Italia era diviso dal resto della nazione, al ritorno a Roma tenne un celebre discorso alla tv per denunciare la situazione:

<<Italiane e italiani, sono tornato ieri sera dalle zone devastate dalla tremenda catastrofe sismica. Ho assistito a degli spettacoli che mai dimenticherò. Interi paesi rasi al suolo, la disperazione poi dei sopravvissuti vivrà nel mio animo. Sono arrivato in quei paesi subito dopo la notizia che mi è giunta a Roma della catastrofe, sono partito ieri sera. Ebbene, a distanza di 48 ore, non erano ancora giunti in quei paesi gli aiuti necessari. E’ vero, io sono stato avvicinato dagli abitanti delle zone terremotate che mi hanno manifestato la loro disperazione e il loro dolore, ma anche la loro rabbia. Non è vero, come ha scritto qualcuno che si sono scagliati contro di me, anzi, io sono stato circondato da affetto e comprensione umana. Ma questo non conta. Quello che ho potuto constatare è che non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi. E i superstiti presi di rabbia mi dicevano: “Ma noi non abbiamo gli attrezzi necessari per poter salvare questi nostri congiunti, liberarli dalle macerie”.

Io ricordo anche questa scena: una bambina mi si è avvicinata disperata, mi si è gettata al collo e mi ha detto piangendo che aveva perduto sua madre, suo padre e i suoi fratelli. Una donna disperata e piangente che mi ha detto “ho perduto mio marito e i miei figli”. E i superstiti che lì vagavano fra queste rovine, impotenti a recare aiuto a coloro che sotto le rovine ancora vi erano. Ebbene, io allora, in quel momento, mi sono chiesto come mi chiedo adesso, questo. Nel 1970 in Parlamento furono votate leggi riguardanti le calamità naturali. Vengo a sapere adesso che non sono stati attuati i regolamenti di esecuzione di queste leggi. E mi chiedo: se questi centri di soccorso immediati sono stati istituiti, perché non hanno funzionato? Perché a distanza di 48 ore non si è fatta sentire la loro presenza in queste zone devastate?

Non bastano adesso. Vi è anche questo episodio che devo ricordare, che mette in evidenza la mancanza di aiuti immediati. Cittadini superstiti di un paese dell’Irpinia mi hanno avvicinato e mi hanno detto: “Vede, i soldati ed i carabinieri che si stanno prodigando in un modo ammirevole e commovente per aiutarci, oggi ci hanno dato la loro razione di viveri perché noi non abbiamo di che mangiare”. Non erano arrivate a quelle popolazioni razioni di viveri. Quindi questi centri di soccorso immediato, se sono stati fatti, ripeto, non hanno funzionato. Vi sono state delle mancanze gravi, non vi è dubbio, e quindi chi ha mancato deve essere colpito, come è stato colpito il prefetto di Avellino, che è stato rimosso giustamente dalla sua carica.

Adesso non si può pensare soltanto ad inviare tende in quelle zone. Sta piovendo, si avvicina l’inverno, e con l’inverno il freddo. E quindi è assurdo pensare di ricoverarli, pensare di far passare l’inverno ai superstiti sotto queste tende. Bisogna pensare a ricoverarli in alloggi questi superstiti. E poi bisogna pensare a una casa per loro. Su questo punto io voglio soffermarmi, sia pure brevemente. Non deve ripetersi quello che è avvenuto nel Belice. Io ricordo che sono andato in visita in Sicilia. Ed a Palermo venne il parroco di Santa Ninfa con i suoi concittadini a lamentare questo: che a distanza di 13 anni nel Belice non sono state ancora costruite le case promesse. I terremotati vivono ancora in baracche: eppure allora fu stanziato il denaro necessario. Le somme necessarie furono stanziate. Mi chiedo: dove è andato a finire questo denaro? Chi è che ha speculato su questa disgrazia del Belice? E se vi è qualcuno che ha speculato, io chiedo: costui è in carcere, come dovrebbe essere in carcere? Perché l’infamia maggiore, per me, è quella di speculare sulle disgrazie altrui.

Quindi, non si ripeta, per carità, quanto è avvenuto nel Belice, perché sarebbe un affronto non solo alle vittime di questo disastro sismico, ma sarebbe un’offesa che toccherebbe la coscienza di tutti gli italiani, della nazione intera e della mia prima di tutto. Quindi si provveda seriamente, si veda di dare a costoro al più presto, a tutte le famiglie, una casa. Io ho assistito anche a questo spettacolo. Degli emigranti che erano arrivati dalla Germania e dalla Svizzera e con i loro risparmi si erano costruiti una casa, li ho visti piangere dinanzi alle rovine di queste loro case. Ed allora: non vi è bisogno di nuove leggi, la legge esiste. Ecco perché io ho rinunciato ad inviare, come era mio proposito in un primo momento, un messaggio al parlamento.

Si applichi questa legge e si dia vita a questi regolamenti di esecuzione, e si cerchi subito di portare soccorsi ai superstiti e di ricoverarli non in tende ma in alloggi dove possano passare l’inverno e attendere che sia risolta la loro situazione. Perché un appello voglio rivolgere a voi, italiane e italiani, senza retorica, un appello che sorge dal mio cuore, di un uomo che ha assistito a tante tragedie, a degli spettacoli, che mai dimenticherà, di dolore e di disperazione in quei paesi. A tutte le italiane e gli italiani: qui non c’entra la politica, qui c’entra la solidarietà umana, tutte le italiane e gli italiani devono mobilitarsi per andare in aiuto a questi fratelli colpiti da questa nuova sciagura.

Perché, credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi”>>

Conseguenze di queste dichiarazioni furono un’intensificazione dei soccorsi nei giorni successivi, con aiuti provenienti da tutto il mondo, e le dimissioni del prefetto di Avellino e del Ministro dell’Interno. Le stime finali contarono circa 280.000 sfollati, 8.848 feriti e 2.914 morti. La ricostruzione, se possibile, fu condotta in modo ancora peggiore. Le prime case prefabbricate arrivarono solo nel successivo febbraio, ad inverno oramai concluso, le speculazioni furono così frequenti che le numerose inchieste giudiziarie successive non riuscirono ad individuare tutti i colpevoli e la fine fatta di molti dei fondi stanziati spariti nel nulla. . Purtroppo cose che in parte si sono riviste nel recente terremoto in Abruzzo.

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