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Addio alla World Team Cup
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Addio alla World Team Cup

30 aprile 1993, durante un cambio campo del torneo femminile di Amburgo, un folle chiamato Gunther Parche piantava un coltello nella schiena di Monica Seles, compiendo forse il gesto più abietto mai visto su un campo da tennis, falsando drasticamente la carriera di una grande campionessa e in un certo senso colpendo anche l’immagine tennistica della Germania.

Diciassette anni dopo, un nuovo colpo alla schiena (per fortuna solo metaforico, lungi da me voler paragonare i due episodi) la Bundesrepublik l’ha ricevuto da parte dell’ATP: il calendario del 2011, infatti, sarà privo della World Team Cup, seconda competizione maschile a squadre per importanza. La causa? Come, purtroppo, spesso accade di questi giorni la mancanza di sponsor, con rischi finanziari annessi. “Non riusciamo a trovare lo sponsor principale e, in queste condizioni, preferiamo non organizzare il torneo. Siamo molto tristi ma un torneo di queste dimensioni necessita di grossi investimenti” ha annunciato martedì il direttore Dietloff von Armin.

Dunque, dopo 32 anni il Dusseldorf’s Rochusclub -nome quantomeno curioso- non ospiterà più l’evento intermedio tra l’ultimo Masters 1000 su terra battuta ed il Roland Garros, giocato su terra rossa nello spazio di una settimana e formato dalle otto nazioni i cui tennisti avevano conseguito i migliori risultati nella stagione precedente (recordman di presenze, in questo senso, sono Germania e Stati Uniti con 30 partecipazioni all’attivo).

Nata nel 1978 -col nome di “Nations Cup”- da un’idea di Horst Klosterkemper e inizialmente disputata prima dei tornei di Amburgo e Roma, la World Team Cup si è da sempre segnalata per il suo regolamento particolare, una sorta di commistione tra il Master di fine anno e la Coppa Davis: Round Robin con 2 gruppi di 4 squadre (tradizionalmente, Gruppo Blu e Gruppo Rosso) che si sfidano su due singolari ed un doppio ed analoga finale tra le vincitrici dei due raggruppamenti.

Nonostante i rischi che la sua collocazione comporta (va) in termini di campo partecipanti, la World Team Cup si è sempre potuta fregiare di nomi di qualità. Già basti dire che il primatista di match vinti in singolare, con 18 successi su 10 partecipazioni (record condiviso coi connazionali Jarryd e Bjorkman), è un certo Stefan Edberg, non certo il prototipo del terraiolo perfetto: se poi aggiungiamo che al secondo posto, appaiato ad uno specialista del rosso come Josè Higueras, troviamo il ceco Petr Korda (17 vittorie), e che i nomi seguenti sono quelli di Sergi Bruguera (16), Guillermo Vilas (15) e Michael Stich (14), abbiamo il quadro di una competizione ambita dalla maggior parte dei top player, compresi quelli che non facevano del rosso il loro cortile.

Tanto più che, oltre a contribuire alla vittoria delle loro squadre, essi potevano aggiudicarsi il Fair Play Trophy, assegnato da una giuria di giornalisti internazionali: conquistato per la prima volta da Tim Mayotte (1988) e per l’ultima da Lleyton Hewitt, tale trofeo è passato per mani d’oro come quelle di Pete Sampras, Stefan Edberg, Michael Stich o Patrick Rafter.

Al di là dei nomi presenti, comunque, l’interesse della manifestazione di Dusseldorf risiedeva nell’albo d’oro delle squadre, estremamente variegato: dal 1978 al 2010, infatti, il trofeo è stato vinto da ben 14 nazioni, più di quanto la Coppa Davis non sia riuscita a fare in oltre 100 anni di esistenza. Purtroppo, tra queste nazioni non figura l’Italia: trionfatori della Coppa Davis 1976, gli azzurri di Pietrangeli e Panatta vantano nell’evento di Dusseldorf “solo” due finali, perse contro la non irresistibile Australia di Dent e Alexander (1979) e l’Argentina di Vilas (1980) dopo l’edizione inaugurale conquistata dalla Spagna di Higueras a scapito dei canguri (2-1 il punteggio della finale, con vittoria finale su Newcombe).

Dunque, nelle prime edizioni della World Team Cup, l’alternanza regnò sovrana, e la tendenza continuò negli anni’80, forieri di ottime edizioni, con gli Stati Uniti a farla da padrone (vittorie nel 1982, 1984 e 1985) ma con le più forti nazionali del periodo ugualmente vincitrici: tra queste, troviamo la Svezia di Edberg (1988), la Cecoslovacchia di Lendl e Mecir (1981 e 1987), la Germania di Bum Bum Becker –autore di un en plein nel 1989-, la Spagna e la Francia. Vale la pena segnalare, tra le altre cose, che Dusseldorf ospitò due episodi dell’infinito film Lendl-Mc Enroe, con una vittoria per entrambi i rivali ma la vittoria finale sempre appannaggio degli americani.

Con l’arrivo degli anni’90, l’albo d’oro si mantenne ricco, premiando soprattutto le nazioni europee ( 2 vittorie a testa per Spagna, Germania e Svezia) ed accogliendo perfino la storica vittoria della Yugoslavia composta dal serbo Zivojinovic e dai croati Ivanisevic e Prpic nel 1990. Il nuovo millennio, invece, ha portato ad un calo qualitativo della competizione, conquistata per lo più da squadre che avevano come merito principale quello di essere interessate alla vittoria, al di là della qualità dei signolaristi: dalla Slovacchia nel 2000 fino alla Svezia di Soderling/Thomas Johansson nel 2008, passando per la doppietta dei guerrieri cileni Massu e Gonzalez (2003/2004). In questo contesto, ad ergersi a protagonista indiscussa è stata l’ “eterna seconda” della Coppa Davis, l’Argentina: già vincitrice nel 2002 e nel 2007, l’albiceleste ha triplicato la scorsa stagione battendo in finale gli Stati Uniti, grazie alle sofferte vittorie dei terraioli doc Juan Monaco e Horacio Zeballos su Sam Querrey e Robby Ginepri, che han reso inutile la prevedibile vittoria dei fratelli Bryan sul doppio sudamericano. Nonostante il prestigio storico, quindi, era evidente come l’interesse verso la competizione fosse scemato nel corso degli ultimi anni: già i top player del 3°millennio sono notoriamente restii a marcare visita nei weekend di Coppa Davis, figuriamoci in un torneo a squadre di una settimana ante Roland Garros…Per dare un quadro del crollo d’interesse verso la World Team Cup, possiamo prendere ad esempio proprio la squadra azzurra, che nel 2009 (ultima partecipazione) portò a Dusseldorf, insieme a Seppi e Bolelli, il 31enne anziate Francesco Piccari, 233esimo giocatore mondiale nel suo best ranking e sconfitto nel match decisivo con la Serbia da Jankko Tipsarevic con un netto 6-2 6-3.

Ma torniamo all’incipit di questo articolo: la soppressione della World Team Cup è appunto l’ennesima pietra tombale sul tennis giocato nella Bundesrepublik. Della tendenza “anti-tedesca” del circuito ATP avevamo giusto parlato qualche mese addietro (qui).

Il declassamento del torneo di Amburgo da Master 1000 ad ATP 500-; il crollo di Stoccarda, nel giro di pochi anni privata del prestigioso Eurocard Open (il Master 1000 su sintetico indoor teatro di alcuni dei più bei duelli degli anni’90) e ridotta unicamente a tappa minore del calendario estivo su terra battuta; il trasferimento della sede delle ATP Finals dai tappeti ultra-rapidi di Francoforte ed Hannover (Becker-Sampras finale 1996 vi dice nulla?) alla “terra blu” londinese attuale; infine, la definitiva soppressione della Grand Slam Cup di Monaco di Baviera, un torneo che dal 1990 al 1999 aveva regalato momenti di tennis sublime quali le vittorie al quinto set di Korda su Sampras e sull’idolo locale Stich (1993) ed il trionfo del “Chino” Rios su Agassi (1998). Queste, in breve, le grandi perdite del tennis tedesco, dagli anni’90 ad oggi: ed ora, a tali perdite, ecco aggiungersi la fine della World Team Cup, abbandonata dagli sponsor nonostante i 75000 spettatori annuali di media e la copertura televisiva assicurata in 160 nazioni. Proprio come il tradizionale torneo pre Us Open di New Haven, rimpiazzato nel 2011 da Winstom Salem (che sia la collocazione a portare sfortuna?)

Ma dove sono finiti questi sponsor? Ma in Asia, è ovvio! Già l’assegnazione della Coppa del Mondo di Calcio del 2022 al Qatar dovrebbe essere un’efficace cartina di tornasole della “geografia sportiva” attuale: per restare nello stretto ambito tennistico, comunque, è evidente a tutti come da alcuni anni l’ATP si sia aperta al continente asiatico. Oltre ai mille stratagemmi organizzati da Helfant e soci per valorizzare la splendida località di Shanghai, dapprima sede delle Finals ed ora ottava tappa del circuito Masters 1000, si pensi al prestigio assunto da tornei come Tokyo, Pechino, Dubai e Doha (quest’ultimo, probabilmente l’ATP 250 col seeding migliore in assoluto), nonché all’importanza che il tour asiatico femminile post Us Open ( Tokyo, Pechino..) si trova spesso a rivestire nell’assegnazione degli ultimi biglietti per il Masters di..Doha!!

Al contrario, l’Europa sta perdendo gradualmente importanza nel calendario, forse perché gli sponsor si accorgono che il ricco continente asiatico frutta maggiormente in termini economici (che poi sovente, soprattutto durante il Master femminile, i palazzetti siano popolati da quattro gatti, questo è un dato secondario)… Che se ne sia resa conto anche l’ARAG, sponsor storico della competizione tedesca? Non credo. Quello che è certo, però, è la compagnia d’assicurazioni tedesca ha scelto di ritirare il proprio contributo economico per il torneo a squadre casalingo, rispecchiando alla perfezione lo stato attuale del tennis tedesco
Mala tempora currunt Germaniae!!

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