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Afghanistan, Cecilia Strada: “La routine della guerra è straziante, ho il cuore spezzato”

A bordo della nave ResQ – People Saving People, Cecilia Strada, figlia del fondatore di Emergency, commenta la situazione in Afghanistan.

Afghanistan Cecilia Strada

Se n’è andato firmando un commento sulla situazione in Afghanistan, intitolato “Così ho visto morire Kabul” e pubblicato per La Stampa. Descrivendo la situazione nel Paese, il chirurgo scriveva: “Non mi sorprende, come non dovrebbe sorprendere nessuno che abbia una discreta conoscenza dell’Afghanistan o almeno buona memoria.

Mi sembra che manchino – meglio: che siano sempre mancate – entrambe. La guerra all’Afghanistan è stata – né più né meno – una guerra di aggressione iniziata all’indomani dell’attacco dell’11 settembre, dagli Stati Uniti a cui si sono accodati tutti i Paesi occidentali”. A parlare di quanto sta accadendo in Afghanistan, dove i talebani hanno ripreso il controllo di Kabul, è anche la figlia del fondatore di Emergency, Cecilia Strada.

Afghanistan, il commento di Cecilia Strada

Era a bordo della nave ResQ – People Saving People quando il papà è deceduto e ora si trova al largo di Siracusa a commentare il disastro che sta avvenendo in Afghanistan. La ResQ – People Saving People conta 166 naufraghi in attesa da tre giorni della comunicazione di un porto sicuro in cui sbarcare. In un’intervista a Radio Popolare Cecilia Strada racconta l’attesa, i messaggi che riceve dall’Afghanistan devastato dalla conquista dei talebani e confida il dolore che sta provando negli ultimi giorni, all’indomani della scomparsa del padre e dei disastri umanitari che portano il mondo intero sull’orlo del baratro.

“Ho avuto un piccolo scambio tramite WhatsApp con un grande amico afghano che mi ha parlato del dolore che prova per la morte di mio padre. Mi ha raccontato qual è la situazione in Afghanistan, mi ha detto che i talebani stanno perquisendo tutte le case accanto alla sua e che è molto spaventato. La routine della guerra è straziante, ho il cuore spezzato dalle notizie che arrivano dall’Afghanistan”, ha raccontato Cecilia Strada.

Poi ha sottolineato: “La cosa che stava per strapparmi le lacrime che non ho ancora versato da quando è morto mio padre è che questo amico afghano mi ha chiesto: “Che cosa posso fare per te?” Capite? C’è della gente in Afghanistan che non sa se sarà viva domani che mi offre il suo aiuto. Questo per me vuol dire essere umani. Stare nel mezzo di una guerra e preoccuparsi per qualcun altro”.

“In questo momento trovarmi qui è uno strazio, perché non riesco a seguire granché dovendoci occupare della navigazione e delle persone a bordo. Penso però ai molti amici, i colleghi, alle molte persone che ho incrociato negli ultimi anni. Prima mi è capitato di prendere per 5 minuti il telefono in mano mentre ero in pausa e ho scoperto che è ancora pieno di foto della mia ultima volta in Afghanistan. Guardando quei volti mi viene naturale chiedermi se quelle persone oggi siano ancora vive”, ha aggiunto.

Afghanistan, il dolore di Cecilia Strada

Commentando la drammatica situazione afghana, Cecilia Strada non nasconde il suo dolore e la sua rabbia.

Noi tendiamo a piangere sempre quando è troppo tardi, a commuoverci quando ormai la gente è fottuta. Ci impressiona il cadavere del bambino sulla spiaggia, ci provoca angoscia e disagio. Ci impressionano le persone aggrappate alla carlinga dell’aereo a Kabul, ma sono le stesse persone del giorno prima: dobbiamo muoverci prima e non commuoverci dopo, ha detto. 

Afghanistan, l’emergenza profughi per Cecilia Strada

“Non dobbiamo parlare di “emergenza profughi”: l’emergenza sono i profughi, tiene a sottolineare Cecilia Strada.

La figlia di Gino Strada dichiara in un’intervista a Il Riformista che la vera emergenza è “la tragedia di queste persone, persone in mezzo al mare o nei centri di detenzione in Libia o qualsiasi altro luogo di violenza. Quello che sta accadendo è il naturale risultato di ciò che accade, è la storia che chiede il conto. Vivere in un sistema sbagliato e violento sicuramente non farà piovere pasticcini. Se si vive in una sistema che chiude i canali d’accesso legali la gente muore nel deserto, in mare o nei centri di detenzione e così come accade in Afghanistan se si usa la guerra per fare finire la guerra è naturale che si continui con la guerra”.

Per lei, “in Afghanistan è andato storto tutto e l’incubo peggiore oggi è diventato realtà.

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