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L’opinione di Giampiero Casoni

Ancora bonus per far felici i cittadini: al governo chiediamo meno regali e più progetti

Noi italiani siamo fatti così: facci vedere anche solo per un attimo una mela golosa e ci scordiamo di chiedere che si metta a governo il frutteto.

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Nei sistemi complessi come quelli occidentali i governi possono fare due cose per i cittadini: o regali o progetti, con i primi si tiene a galla la speranza per il presente e con i secondi si mette in tacca di mira il futuro.

Appurata questa verità elementare e cartesiana va detta una cosa e va detta forte: dal governo di Mario Draghi ci saremmo aspettati più piani di battaglia collegiale che cadeaux da armistizio sociale.

E ce li saremmo aspettati proprio perché questo è il governo “di” Mario Draghi, non con Mario Draghi a rappresentarlo per delega comune di una serie di severi scranni ministeriali che con lui fanno rotta comune. Il premier intorno ha seggiole e lui si è preso il trono, ma gli è stata data per una monarchia illuminata sennò non vale e chi in passato (solo in vulgata) ha provato a lanciare brioches non ha fatto una buona fine.

Insomma, la chiave di volta è che se proprio ci siamo dovuti sciroppare un esecutivo che era nato con paturnie decisioniste e “dei migliori” la sola cosa che doveva restare viva nei nostri cuori era la speranza che quel governo mettesse la spunta ad azioni programmatiche e non la stura al discount delle caramelle lanciate al popolo. E invece no: tra bonus 200 euro in busta paga, bonus 60 euro per i trasporti e chi più ne ha più ne metta ci siamo ritrovati ridotti a quello che gli italiani del dopo Covid non dovevano essere più: questuanti felici.

Felici e idiotamente beati del fatto che forse a luglio per battere l’inflazione avremo una paio di centoni con cui passare solo per qualche settimana dalla mortadella al Parma e pagare una pizza. La riprova? Nella storia recente della Repubblica la soglia di attenzione degli italiani nei confronti dell’esercizio delle delega di governo si è sempre innalzata su due cose che nelle vita degli stati davvero civili non valgono una cicca: le grandi questioni di principio che, melodrammatici come siamo, ci tengono attaccati alle discussioni da bar o sui social oppure i soldi “pochi maledetti e subito” che ogni tanto da Palazzo Chigi qualcuno ci fa piovere nelle tasche senza darci una mappa per farli figliare e mettere suggello al futuro.

Noi italiani siamo fatti così: facci vedere anche solo per un attimo una mela golosa e ci scordiamo di chiedere che si metta a governo il frutteto. In queste ore è tutto un gioco ad infilare categorie, definire criteri, modalità, dati, date e tempi, un dispendio di energia benefacente che avremmo voluto vedere messo a disposizione delle vere grandi sfide che ci aspettano.

È un po’ come quella storia mezza zen ma sacrosanta per cui il vero successo è quando insegni a pescare ad uno invece di regalargli tranci di sarda una tantum. E l’aggravante è proprio lui, Mario Draghi, un uomo a cui tutti chiediamo (è ancora presto per l’imperfetto ma già tardi per il condizionale) di essere nocchiero bravo nelle rotte e non diportista da costa o addestratore di cani con la sacca piena di biscottini a forma d’osso.

Ma tant’è, il bonus 200 e tutti gli altri bonus dell’universo stanno per tornare a drogare le nostre legittime aspettative di vedere un Paese migliore e non un’estate più spensierata. Ci prenderemo il regalino da buoni figli senza scalmane e, con il terzo gelato a lenire la calura di luglio, ci chiederemo sudando non solo per il caldo quand’è che abbiamo mandato il futuro in esilio trasformando il bene in un bonus.

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