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Annamaria Franzoni, la nuova vita della mamma di Cogne

La donna continua a dichiararsi innocente e ad attribuire l'omicidio a uno sconosciuto.

La nuova vita di Annamaria Franzoni
La nuova vita di Annamaria Franzoni

Pochi omicidi sono rimasti impressi nella memoria degli italiani quanto il delitto di Cogne. In tanti ricordano quel 30 gennaio 2002, quando il piccolo Samuele, di appena 3 anni, morì in seguito a un’aggressione nella sua casa in Valle d’Aosta. Per il suo decesso è stata condannata a 16 anni la madre, Annamaria Franzoni. La donna fece ricorso in appello e riuscì a ottenere la commutazione della detenzione nel carcere della Dozza, allo scadere dei primi 6 anni, in arresti domiciliari. La sua pena terminerà a luglio 2019. Oggi vive a Ripoli Santa Cristina, una frazione di San Benedetto Val di Sambro in provincia di Bologna. Con lei abitano il marito Stefano Lorenzi, il primogenito Davide di 24 anni e il figlio minore, Gioele, nato un anno dopo la morte di Samuele.

La famiglia non l’ha mai abbandonata e ha sempre creduto alla sua innocenza.

La nuova vita della Franzoni

La famiglia Lorenzi-Franzoni ha dovuto abbandonare Cogne, pur continuando a possedere la villa dove ha perso la vita il piccolo Samuele. Il tribunale, concedendo alla Franzoni i domiciliari, ha stabilito che la donna non può tornare nel comune valdostano. Nel bolognese, il marito ha trovato un nuovo impiego nel campo delle energie alternative, alle dipendenze del padre di Annamaria. Il figlio maggiore ha lasciato gli studi per entrare nel mondo del lavoro.

Annamaria, oggi 47enne, gode di una notevole libertà, nonostante la pena. Non solo può vivere insieme ai propri cari, ma le è concesso di uscire di casa per quattro ore al giorno. In quell’arco di tempo, oltre a svolgere commissioni, può anche raggiungere la tomba di Samuele.

Non le è stato però concesso l’affidamento del figlio minore.

Nel 2016 ha fatto richiesta al tribunale di sorveglianza di Bologna, ma venne respinta. L’anno successivo, il tribunale l’ha condannata per mancato compenso: la Franzoni deve versare 275 mila euro all’avvocato Carlo Taormina, che la difese durante il lungo processo.

Annamaria col piccolo Gioele

Gli abitanti di Ripoli Santa Cristina l’hanno accolta con benevolenza. “La Franzoni? Sì certo, viene qui anche lei ogni tanto a fare la spesa come fanno tutte le altre donne. Compra la pasta, il riso, le cose che le servono insomma. Per noi è una mamma come le altre. Che abbia ucciso oppure no, è sempre una madre che deve fare i conti con la morte di un figlio”, ha dichiarato a Libero la titolare di un negozio del paese. “Per noi resta una brava ragazza. È giusto che possa vivere accanto ai suoi figli”, ha commentato un altro cittadino.

“Andrò all’estero”

Durante un’intervista a Libero rilasciata a fine 2017, Annamaria ha annunciato: “Appena sarò libera me ne andrò a vivere lontano, all’estero. Sarà la prima cosa che farò, qui non ci voglio più stare. E non voglio parlare con nessuno. Non per essere scortese, ma è dal 2006 che resto in silenzio, che non rilascio interviste: voglio essere dimenticata“.

Annamaria, condannata per l'omicidio di Samuele

La sua versione

Durante tutta la durata del processo, Annamaria Franzoni si è sempre dichiarata innocente e ha attribuito la morte del figlio a uno sconosciuto. Alla polizia ha raccontato di essersi allontanata da casa, quella mattina, per accompagnare il primogenito a scuola. Quando è tornata, ha trovato Samuele che vomitava sangue. Ma per gli inquirenti gli 8 minuti che separano l’uscita della donna da casa e il suo rientro non sono sufficienti perché uno sconosciuto potesse entrare, aggredire il bambino e scappare senza lasciare traccia. Inoltre, non si spiega la violenza con cui il piccolo è stato colpito: il suo cranio portava i segni di 17 colpi, oltre a diverse ferite alle mani. L’arma del delitto non è mai stata ritrovata.

Date le gravi condizioni, Samuele è stato portato all’ospedale di Aosta, ma è morto durante il volo in eliambulanza. Secondo diversi testimoni del paese, Annamaria era ossessionata dalle dimensioni del cranio del figlio. Temeva che la sua testa giudicata troppo grande fosse segno di una malattia o di una disabilità. Questo timore potrebbe essere stato la causa del raptus omicida.

Nata in provincia di Monza e Brianza, classe 1994, è laureata magistrale in "Lettere moderne" presso l’Università degli Studi di Milano. Prima di collaborare con Notizie.it, ha scritto per la rivista Viaggiare con gusto.


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Lisa Pendezza

Nata in provincia di Monza e Brianza, classe 1994, è laureata magistrale in "Lettere moderne" presso l’Università degli Studi di Milano. Prima di collaborare con Notizie.it, ha scritto per la rivista Viaggiare con gusto.

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