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Benedetto XVI: qualche teoria sulle sue dimissioni
Roma

Benedetto XVI: qualche teoria sulle sue dimissioni

Quali sono le vere ragioni che hanno spinto Benedetto XVI a rinunciare al ministero di Dio?

Molti le ipotesi azzardate finora, molte le illazioni, molti gli interrogativi a un domanda cui sono il Pontefice, lontano dalle interviste e nel privato del suo confessionale può rispondere, anche perché la stampa ha sempre puntato su un Papa a suo uso e consumo.

Certamente Ratzinger passerà alla storia per le sue dimissioni. Si tratta di un gesto che evidenzia un dualismo o meglio una divisione interna alla Chiesa stessa su vari fronti, non ultima la contraddizione fra dogma ed evoluzione storica, anche se il Papa ha sempre negato questa circostanza.

Ratzinger ha spesso sottolineato il merito di aver contribuito alla normalizzazione di tutti gli episcopati del mondo, in nessuno dei quali esiste ormai una “corrente progressista” che possa prefigurare una “Chiesa del dialogo” (al massimo esiste qualche eccezione personale, assolutamente irrilevante, come quella del cardinal Martini). Inoltre ha diretto i suoi sforzi principali verso una sorta di Santa Alleanza di tutte le religioni (e in primo luogo dei tre monoteismi) contro la modernità nata dall’illuminismo, considerando come peccato principale dell’uomo moderno per la sua smisurata pretesa di darsi da sé la propria legge, anziché obbedire a quella di Dio.

Se questa linea guida ha convinto gli ebrei, ma anche provocato l’ira degli islamici. Basti pensare alla famosa conferenza di Ratisbona, che provocò manifestazioni islamiche contro il Papa con morti e feriti ( Ratzinger intendeva proporre un fronte comune contro ateismo, agnosticismo, laicismo) .Ratzinger non ha convinto neanche i protestanti, ( almeno i movimenti soggiogati dai telepredicatori pentecostali e miracolistici che stanno togliendo alla Chiesa cattolica milioni di fedeli nell’America latina).

Secondo alcuni studiosi, almeno cinque sarebbero le tesi probabili :umanitaristica, apocalittica ( segno della fine di un’epoca), provvidenzialistica ( si rimette nelle mani di Dio), dietrologica ( indaga sulle vere ragioni) e progressista ( possibilità di democratizzazione della Chiesa).

Le dimissioni certamente desacralizzano la figura del Papa. Il Sommo Pontefice infatti, oltre ad essere un sovrano assoluto è anche una figura carismatica di notevole importanza a livello mondiale, in quando “pastore” della cristianità nel mondo e vicario di Cristo in terra. Ebbene un sostituto di Dio che diventa un ex vice Dio, distrugge la sacralità che fin qui ha accompagnato la figura del Papa e a fine mese la sua figura diverrà quella di un qualsiasi arcivescovo di Westminster, anche se con infiniti fedeli in più.

C’è chi sostiene che Ratzinger, un cardinale dedito allo studio e alla conservazione dei valori tradizionali e alla dottrina della Chiesa, non abbia saputo svolgere il lavoro “politico” e “amministrativo” che la carica di Sommo Pontefice comporta, teoria ammessa dallo Stesso Pontefice.

In effetti nella lettera di rinuncia, Benedetto XVI parla di una mancanza di vigore di corpo e spirito. Poiché a vederlo non sembra sopraffatto da qualche malattia di grave entità e non ha agito da borghese individualista che abbandona la barca che sta per affondare, sembra quanto mai lecito pensare che la mancanza di “vigore dell’animo” possa essere una delle cause delle dimissioni, cioè l’incapacità di azzerare i vertici della Curia, di porre fine alle lotte delle fazioni, di ripulire la Chiesa dal marcio.

Del resto per rinnovare la sua Chiesa bisognerebbe azzerarla, cosa che comporterebbe la rottura anche personale con alcuni dei suoi più stretti collaboratori (il segretario di Stato Tarcisio Bertone, in primo luogo). Purtroppo il Papa ha le mani legate, perché neanche scegliere la fazione anti-Bertone potrebbe ridare credibilità alla Curia, visto che lo storico nemico di Bertone, il cardinal Sodano, è il principale sostenitore di Marcial Maciel Degollado, il capo carismatico dei potentissimi “Legionari di Cristo”, che Ratzinger avrebbe voluto fosse condannato già sotto il pontificato di Wojtyla.

Questo fa capire come Ratzinger sia assolutamente impotente e sopraffatto dai suoi stessi subalterni , nonchè impossibilitato a salvare la faccia della Chiesa nel mondo a causa degli innumerevoli scandali che la stanno affossando (dai preti pedofili a quello delle finanze vaticane presso la cui banca sono transitate, e probabilmente transitano ancora, cifre da capogiro legate a corruzione internazionale forse intrecciata con riciclaggio di danaro mafioso).

Facile dedurre che nel seggio vacante non sarà messo un intellettuale progressista impacciato a manovrare gli uomini, ma qualcuno che soddisfi tutti i requisiti del concetto di estabilishment: gruppo dominante che detiene il potere e l’autorità (Alberto Buela-Rinascita)

Sebbene sul fronte della pedofilia sia riuscito a vincere tutte le resistenze facendo ammissione di colpa e abbia unito la Chiesa dal punto di vista dottrinale ( grazie alle linee guida del “Sicuti Deus daretur poposte come ricetta per evitare la catastrofe del nichilismo) le vicende dello Ior e le relative manovre di Bertone, si sono rivelate al di sopra delle sue possibilità e questa potrebbe essere una motivazione per cui un uomo intellettualmente onesto come lui ha dichiarato di non essere più capace di fare il Papa.

Fra i “papabili”, uno dei nomi che più circola nell’ambiente è quello dell’Arcivescovo di Milano Angelo Scola, l’ex patriarca di Venezia,( sede prestigiosissima che ha di recente dato tre Papi Sarti, Roncalli, Luciani) e dalla quale non si viene spostati se non per andare a Roma.

Eppure i recenti scandali della Curia italiana e la conseguente crisi finanziaria del Vaticano, fanno pensare che la scelta potrebbe cadere su qualche cardinale proveniente da una grande potenza emergente (Don Denaro è un dominus di grande importanza), avallata dal fatto che durante l’ultimo concistoro, tutti i nuovi cardinali erano stranieri. Fra di essi uno dei più probabili è il canadese Marc Ouellet, ma in realtà è difficile fare pronostici, anche perché Benedetto XVI ha eliminato la regola introdotta da Wojtyla, per cui a partire dalla 34° votazione non erano necessari più i due terzi dei suffragi ma bastava la maggioranza. Oggi, col ritorno alla regola dei due terzi, non solo per essere eletti Papa ci vuole un consenso molto forte ma non ci deve essere nessuna consistente ostilità di minoranza.

Il nome di Scola in questo contesto potrebbe vacillare anche perché il cardinale appartiene a due dei movimenti più chiacchierati del momento, ovvero “Comunione e Liberazione”, che insieme all’Opus Dei è invischiato nella cosiddetta “ Chiesa degli affari” della corruzione politica e della finanza disinvolta.

Anche se Ratzinger si è dimesso, potrebbe in qualche modo influenzare il suo successore, che sentendo il peso dell’eredità del predecessore ( ancora in vita) non potrà, a meno che non venga eletto un progressista celato da conservatore, laicizzare alcuni temi di scottante attualità su cui Benedetto XVI ha già espresso sentenze definitive come: aborto, divorzio, pillola, matrimonio gay.

Poiché appare evidente che, almeno sul piano dottrinale e culturale, tutti i cardinali siano ratzingeriani, il nocciolo della questione è se e come il nuovo Papa sarà capace di aggredire il marcio della Chiesa e le coperture che la Curia ha garantito fin qui a pedofilia e finanza-canaglia.

L’ultimo atto di governo di Benedetto XVI sarà la revisione della “legge elettorale” con cui verrà scelto il prossimo Papa. Come alla fine di una laicissima legislatura, Ratzinger nelle prossime ore firmerà un documento in forma di “motu proprio“, ovvero di esclusiva iniziativa del Pontefice regnante, per precisare alcuni aspetti sul conclave che eleggerà il suo successore e, molto probabilmente, per consentire ai cardinali elettori di entrare prima nella clausura della Cappella Sistina senza attendere i 15-20 giorni previsti da Giovanni Paolo II.

Il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha annunciato la pubblicazione del documento papale il “ motu proprio” in cui Benedetto XVI precisa “alcuni punti particolari della costituzione apostolica sul conclave che nel corso degli ultimi anni erano stati presentati” , anche perché il Vaticano sta vivendo una situazione del tutto nuova.

Giovanni Paolo II aveva regolato tutto ciò che deve avvenire durante la Sede Vacante, compresa l’elezione del nuovo vescovo di Roma, con la costituzione apostolica Universi Dominici Gregis, approvata nel 1996, che attualmente è l’unica bussola del conclave. E’ stato questo documento papale a guidare i cardinali nella Sede Vacante del 2005 seguita alla morte del Papa polacco. Benedetto XVI, due anni dopo la sua elezione, vi apportò già una modifica non di poco conto. Il conclave del 2013, infatti, sarà il primo della storia della Chiesa in cui per eleggere il Papa serviranno sempre i due terzi dei suffragi. Ovvero, nel caso specifico, 78 voti, essendo, secondo i numeri sulla carta, 117 i cardinali elettori, ovvero con meno di ottant’anni al momento dell’inizio della Sede Vacante, le ore 20 del 28 febbraio 2013.

Nel caso in cui il numero degli elettori presenti nella Cappella Sistina non potesse essere diviso in tre parti uguali, per la validità dell’elezione del Papa servirà un suffragio in più. Benedetto XVI ha abolito la norma che prevedeva, a partire dal trentaquattresimo scrutinio, di poter procedere a un’elezione con la sola maggioranza assoluta dei suffragi o a un ballottaggio tra i due nomi che nello scrutinio immediatamente precedente avevano avuto il maggior numero di voti esigendo, anche in questa seconda ipotesi, che per la fumata bianca fosse necessaria soltanto la maggioranza assoluta.

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