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Brexit: perché gli inglesi l’hanno voluta

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Alcune ragioni per cui, contro ogni pronostico, la maggioranza della popolazione del Regno Unito si è espressa a favore della Brexit.

Quando il referendum sulla Brexit – l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, e il conseguente disimpegno politico e fiscale dalla stessa – emise il suo sorprendente verdetto, furono in molti, fra analisti e vaticinatori, a rimanere spiazzati.

In fondo, si parla di una decisione realmente “popolare”, nel senso di venuta dal basso, sospinta verso l’alto dalla poderosa forza esercitata dalle classi popolari, quelle che spesso vengono trascurate – o quantomeno marginalizzate – dai sondaggi e dai rilevamenti statistici, anche perché spesso divise internamente, o in alternativa disinteressate alla politica, vista come il luogo simbolico dell’inganno e della mistificazione. Questa volta, invece, in Gran Bretagna hanno prevalso l’ottimismo della volontà – o presunto tale – e la voglia di cambiamento garantiti dalle promesse – populiste quanto si vuole ma in grado di penetrare a fondo nel ventre molle del paese – dei sostenitori del leave.

Un po’ quello che è successo negli Stati Uniti con Donald Trump, e se vogliamo anche in Italia – con l’ascesa del Movimento 5 Stelle -, in Francia – con l’estrema destra di Marine Le Pen -, in Spagna – con il movimento Podemos – e in molti altri paesi europei sedotti e abbandonati dalla burocrazia, dalle leggi e dai limiti – spesso considerati incomprensibili – dell’Unione.
Come abbiamo già avuto modo di rilevare, a dare nerbo e numeri al leave non sono stati né la Scozia né l’Irlanda del Nord (i due stati mediamente più ricchi del Regno), se non in misura decisamente minoritaria.

Anche gli abitanti di Londra erano, in maggioranza, pro-remain. La pressione è arrivata dalla periferia del Regno, dai piccoli centri, dalle zone rurali, dalle comunità di pescatori, dai commercianti al dettaglio, dai minatori e dai tanti precari che si sentono minacciati – in Gran Bretagna come ovunque – dai flussi migratori, imboniti dalle forze politiche più populiste e mai rassicurati dal governo nazionale, né da quello europeo. La vecchia working class alla riscossa, si sarebbe detto un tempo, anche se in molti si sarebbero detti pentiti della scelta un attimo dopo l’esito del referendum.

C’è un altro dato statistico che, a conti fatti, ha inciso in maniera determinante sul voto: il cosiddetto generational gap. Da un lato, infatti, la maggior parte degli under 30 del Regno erano pro-remain, mentre al contrario le generazioni successive hanno optato in massa per il leave. Da un lato l’apertura per il nuovo tipica delle generazioni più giovani (curiosità? Incoscienza? Semplice desiderio di stare al passo coi tempi?); dall’altra, l’afflato conservativo – e non solo conservatore – dei più anziani, più attratti dalla preservazione dell’esistente. In un paese, peraltro, che da sempre ha vissuto la sua condizione di isolamento geografico dal resto d’Europa come una parte fondamentale e non negoziabile della propria identità. Basta questo – anche se, naturalmente, c’è molto altro – a spiegare perché il Regno Unito si è espresso a favore della Brexit, contro tutti i pronostici.

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