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Caccia russi abbattuti dalla Turchia, le strategie in atto nel fronte anti Isis
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Caccia russi abbattuti dalla Turchia, le strategie in atto nel fronte anti Isis

Sembra davvero l’eccesso di confidenza di chi pensa già di avere vinto, ma quando si parla di guerra le previsioni rischiano di rivelarsi sempre inesatte.

Ieri, la contraerea turca ha abbattuto due caccia russi, accusati di avere violato lo spazio aereo nel corso di una missione sul territorio siriano, una delle tantissime che Mosca sta portando avanti ormai da quasi un mese. Ankara ha fatto partire gli intercettori e ha dichiarato di avere invitato i due piloti per almeno dieci volte in pochi minuti (forse meno di uno) ad abbandonare lo spazio aereo turco. Poi, non avendo ricevuto risposta e in assenza di cambi di rotta, non ci ha pensato due volte e ha abbattuto i velivoli. Uno dei piloti è stato catturato da un gruppo di ribelli anti Assad, quelli che, con ogni probabilità, stava andando a bombardare, perciò si può ipotizzare con molta facilità in quale modo sia stato accolto e sia tenuto prigioniero.

Per quanto i presidenti e primi ministri delle principali potenze mondiali continuino a dichiarare il contrario, il quadro generale non è affatto cambiato.

La situazione dell’alleanza che dovrebbe opporsi allo Stato Islamico è rimasta la stessa: da una parte c’è la Russia, scesa in campo al fianco del potere sunnita di cui l’ex presidente siriano Bashar Al Assad è espressione (per quanto dittatoriale, secondo molti), dall’altra le nazioni del blocco occidentale, di fatto la Nato, che non vogliono l’Isis, ma neppure Assad e tutto ciò che gli somiglia, Iran incluso. Chi di certo è contro i sunniti, e quindi contro la Russia, è la Turchia, che, in questa particolare situazione, riveste un ruolo di primissimo piano, vista la localizzazione geografica e, di conseguenza, l’importanza strategica. Ankara si lamenta da tempo delle presunte invasioni del proprio spazio aereo da parte dei velivoli russi e Putin ha fatto del proprio deciso interventismo un motivo di vanto, se così lo si può chiamare, di fronte alla comunità internazionale. La Turchia avrebbe voluto la creazione di una no fly zone lungo il proprio confine con la Siria, dove ospitare profughi e milizie dei ribelli anti Assad.

Vorrebbe inoltre smorzare l’importanza, nel conflitto, dei guerriglieri curdi, per evitare l’insorgere di richieste di ridefinizione dei confini nazionali che la Nato potrebbe ritenere ragionevoli. Gli USA hanno considerato che un piano del genere comporterebbe un dispendio di energie militari enorme, invio di truppe di terra incluso, e sembra preferire la tattica dei raid aerei, appoggiata in ciò dalla Francia e, con ogni probabilità, molto a breve anche dalla Gran Bretagna. Stesso discorso vale per la Russia (che però sta portando avanti anche alcune operazioni sul campo), solo che mentre il gruppo Nato attacca gli obiettivi dell’Isis, come nel caso di Raqqa, Mosca preferisce di fatto indebolire le milizie anti Assad, rafforzando di riflesso l’ex esercito governativo, al quale spetterebbe il compito di sconfiggere sul campo lo Stato Islamico. In molti casi, le operazioni dei due gruppi coincidono, come avvenuto con il bombardamento delle zone dei pozzi di petrolio e la distruzione delle autobotti portate a termine la scorsa settimana da caccia tanto russi quanto americani, ma resta il sostanziale divario di vedute in partenza.

L’azione, molto forte, non c’è altro da dire, esercitata dalla Turchia con l’abbattimento dei mezzi aerei di Mosca, introduce un discorso ancora più complesso, però, perché è chiaro che Ankara considera prioritarie le proprie esigenze politiche rispetto alla vera e propria guerra all’Isis.

L’ingerenza russa in Siria è considerata ancor più pericolosa di quella dei miliziani islamici e il governo di Erdogan ci ha tenuto a farlo ben presente a tutta la comunità internazionale. L’eventuale invasione dello spazio aereo, anche ammettendo che sia davvero avvenuta, come del resto tutto fa pensare, non è che un pretesto: è facile credere che mai Ankara avrebbe abbattuto un caccia americano, nelle stesse condizioni. Il problema di fondo rimane lo stesso e riguarda proprio un eccesso di sicurezza di una ipotetica coalizione USA – Francia – Gran Bretagna – Turchia – Russia, la quale sa di disporre di una potenza di fuoco tale da poter annientare lo Stato Islamico e, contando su questa superiorità di partenza, sta già valutando quale sia il modo migliore per arrivare alla conclusione della guerra. Ma, con una guerra ancora da combattere, e che forse si potrebbe ancora ridimensionare (perché quando iniziano i bombardamenti è difficile pensare che a morire siano soltanto i nemici in divisa), questo sembra l’atteggiamento peggiore che si possa scegliere.

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