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Caro senatore Pillon, un giorno anche i diritti negati saranno solo “un brutto ricordo”

Sarebbe bello, onorevole, non essere costrette a sentire parole - fuori tempo e fuori luogo - come le sue, e non temere ancora nel 2022 per la propria incolumità e per la propria libertà.

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Caro senatore Pillon, anche io sono sicura che ci vorrà del tempo ma che presto sarà solo un brutto ricordo. Cosa? No, non l’aborto di Stato”, come è stato da lei definito, come se fosse un crimine. Sono sicura che ci vorrà del tempo ma verrà il giorno in cui noi donne potremo smettere di avere tanta paura per i nostri diritti.

Il giorno in cui potremo sentirci al sicuro, protette dalla legge nella stessa misura in cui lo sono gli uomini. O le armi, come negli Stati Uniti, dove evidentemente è più importante garantire il diritto a possedere una pistola che quello a interrompere una gravidanza indesiderata.

Caro senatore Pillon, non sarò io a imporle di credere che quello è solo “un grumo di cellule“. È libero, se lo crede, di reputarlo un bambino e di agire di conseguenza nel caso in cui il bambino in questione sia suo figlio.

Ma non si arroghi il diritto di decidere per i figli degli altri.

La prego, senatore Pillon, di non addossare alle donne la colpa della denatalità che ha cause molto più complesse della legge 194 che lei e Feltri considerate invece il cuore del problema. La prego di non banalizzare quello che sarà una delle principali difficoltà con cui il nostro Paese dovrà avere a che fare nei decenni a venire e di usare la sua posizione in quanto parlamentare per pensare e proporre soluzioni più concrete, adeguate ed efficaci al problema dell’abolizione del diritto all’aborto.

Perché vede, senatore, anche la legge ha i suoi limiti. Ci sono cose che le norme giuridiche non possono eliminare, ma solo, al massimo, regolamentare per evitare il caos. Cose che sono insite nell’animo umano, che sempre sono state e sempre saranno, come la volontà di interrompere una gravidanza indesiderata. Ci sono donne che, semplicemente, non desiderano la maternità, o che non la desiderano in quei modi e in quei tempi, e non per questo sono meno donne di chi sceglie di diventare madre.

Non per questo, soprattutto, devono essere costrette a tornare ai raggi di bicicletta o pillole abortive illegali, nel buio degli scantinati e nel silenzio dell’illiceità.

Non ci venga a dire, senatore, che lo Stato c’è, che lo Stato può fare abbastanza per creare una “rete di protezione sociale” che potrebbe venire incontro alle “esigenze di chi vive gravidanze difficili“. Nessun assegno di maternità potrà mai compensare il fatto di non voler dare alla luce quel bambino. Per non parlare delle difficoltà che incontrano tutte le parti in causa in caso di affido o adozione, di quanto complicato può essere il percorso, soprattutto in Italia dove ancora i paletti sono eccezionalmente rigidi.

Ho paura, senatore Pillon. Come donna, ho paura perché su una cosa ha ragione: “Pian piano la mentalità sta cambiando”. Lo dimostra quello che succede in America, che da sempre consideriamo “il fratello maggiore” a cui guardare per decidere che strada imboccare. E che questa volta, con la Roe vs. Wade, ha fatto una gigantesca inversione a U ed è tornato indietro di decenni, lasciandoci spiazzate. E impaurite.

I diritti sono come un muscolo e quanto accaduto negli Usa ci ricorda che non dobbiamo mai smettere di allenarli, mai darli per scontati, mai dimenticarli. Abbiamo imparato la (dura e amara) lezione. Ma sarebbe bello per una volta, senatore Pillon, non essere costrette a sentire parole – fuori tempo e fuori luogo – come le sue, a temere (ancora oggi, nel 2022) per la propria incolumità e per la propria libertà, a sentire il proprio corpo come un oggetto di proprietà di qualcun altro che si arroga il diritto di decidere per noi.

Ma sono sicura che un giorno, onorevole, anche tutto questo sarà “solo un ricordo“.

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