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L’opinione di Lisa Pendezza

Carrozze per sole donne: non siamo noi a dover star chiuse in gabbia

Per difendere le donne non dobbiamo metterle sotto una teca di vetro, proteggerle solo finché non arriva la loro fermata e poi chi si è visto si è visto. Dobbiamo educare gli uomini.

carrozze sole donne

C’era una volta un mondo dove maschi e femmine avevano tutto separati. E non solo i bagni, com’è costume che sia in gran parte del mondo. E neanche solo nelle classi di scuola, dove accadeva anche qui in Italia fino a non troppo tempo fa (mia madre, classe 1965, alle scuole medie aveva lezione di economia domestica, per imparare come gestire la casa e cucinare una degna cena ai mariti, mentre i suoi compagni maschi si destreggiavano nel disegno tecnico e in altre attività “da maschi”).

No, in questo mondo bambine e bambini, uomini e donne dovevano accedere anche a carrozze separate sui treni. Ma, si sa, quando qualcuno è convinto di aver partorito una buona idea – ancor meglio se è un’idea che lo rende paladino della giustizia, salvatore della società in declino – subito si ingegna affinché sia applicata nel modo più capillare possibile.

E così ben presto ovunque, nel Paese, nacquero scuole separate, cinema separati, teatri separati, classi separate sugli aerei (la prima sempre destinata agli uomini, si intende), ristoranti separati, negozi separati. Qualche politico particolarmente visionario arrivò persino a proporre di dividere le città a metà, di permettere alle donne di camminare solo in alcune strade e agli uomini solo in altre, così che non si creassero le premesse per tentazioni e “spiacevoli inconvenienti”.

Questo mondo potrebbe essere l’Italia del 2021 e ad accendere la miccia è stato uno di quegli eventi che fanno raggelare il sangue nelle vene a chiunque abbia figlie, compagne, o anche solo amiche che ogni giorno vivono la vita da pendolari: la duplice violenza sessuale sul treno Milano-Varese ai danni di una ragazza di 22 anni da parte di un 21enne e di un 27enne (uno dei quali italiano, lo ricordo a chi ancora crede o fingere di credere che gli stupratori, i ladri e tutti i criminali abbiano sempre la pelle di un altro colore).

Gli autori di questo orrore sono stati identificati dalla stessa vittima, fermati (ironia della sorte, mentre partecipavano a una festa, perché cosa ti mette più voglia di fare baldoria di una bella violenza sessuale?) e andranno incontro a tutto ciò che la legge italiana prevede. Poteva finire lì, o meglio, per la ragazza non finirà mai, perché non c’è risarcimento e non c’è condanna che cancelli quello che ha dovuto subire, la ferita che porterà dentro di sè per sempre. Però si poteva lasciare che, semplicemente, la giustizia facesse il suo corso.

Invece una donna di Malnate, attraverso il sito web Change.org, ha voluto lanciare una petizione con cui si chiede a Trenord (e perché, verrebbe da chiedersi, non tutte le altre compagnie ferroviarie che percorrono il Paese?) di “dedicare, su tutte le sue linee, la carrozza di testa alle donne. In questo modo, a qualsiasi ora, si potrà viaggiare sicure. Abbiamo il diritto di usare i mezzi pubblici a qualsiasi ora del giorno senza paura. In altri Paesi, sui mezzi di trasporto anche locale esistono carrozze dedicate alle sole viaggiatrici“.

La strada verso l’inferno è lastricata di buone intenzioni e nessuno mette in dubbio che chi ha proposto la petizione e che tutte le donne (ma anche uomini, per ora siamo a quasi 700 persone in totale) che l’hanno firmata avessero nella testa e nel cuore solo il bene delle loro amiche, colleghe, sorelle. Ma siamo sicuri che sia davvero questo il bene?

Siamo sicuri che proporre di mettere le donne sotto una teca di vetro, proteggerle solo finché non arriva la loro fermata e poi chi si è visto si è visto, non sia un altro modo di dire boys will be boys, ovvero “so’ regazzi”, proprio non ce la fanno a controllare gli impulsi e che alla visione di una ragazza, magari carina e ben vestita, magari di ritorno da una festa o semplicemente da una giornata di lavoro, non riescono a reprimere i propri istinti più beceri, animaleschi, di pancia. Sono passati 15 giorni dalla giornata mondiale contro la violenza sulle donne e già abbiamo piegato e messo in cantina gli striscioni con scritto “non proteggere tua figlia ma educa tuo figlio”?

Ed è possibile che, ancora una volta, non si levi una voce maschile che dica di no, che si senta offeso da questo bisogno di essere trattato come un animale da tenere lontano da donne, bambini e creature fragili, come un essere fatto solo di sensi e non di intelletto, incapace di tenere le mani (e non solo) al loro posto?

Io la vita da pendolare l’ho fatta per anni. Da quando ho messo piede al liceo ho preso bus e metro, a ogni ora del giorno, in tutte le condizioni possibili, da sola, con amici maschi e amiche femmine. Forse per coraggio, forse per incoscienza, forse perché più semplicemente non avevo alternativa, non mi sono mai fatta fermare da nessuna di queste condizioni e su quei treni ci sono sempre salita. Consapevole che nessun muro, nessuna carrozza separata avrebbero mai risolto il vero problema di questo Paese, che è di tipo culturale, che è fatto di poca sicurezza nei luoghi a rischio tanto quanto di scarsa educazione al rispetto della donna, del suo corpo e della sua volontà.

Perché ancora si crede che indossare una minigonna o sorridere sia un implicito sì, che urlare cori sessisti a una lavoratrice sia un gesto goliardico, che il catcalling e i fischi per strada siano un complimento di cui essere grate, che sia lecito chiedersi se una vittima di femminicidio abbia in qualche modo provocato il suo assassino, che deridere in prima serata una donna tradita e lasciata sia divertente, che ricevere una pacca sul culo, magari mentre si sta lavorando, sia qualcosa per cui non ce la dobbiamo prendere.

Sono solo ragazzi, no? E allora, come ragazzi, o meglio fin da ragazzi, per favore, educhiamoli. E non chiudiamoci, noi donne, in finte teche di vetro.

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