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Che strane queste elezioni, senza candidati

A ridosso dell'autunno, con quasi tutti i partiti coalizzati a livello nazionale, la principale stranezza di queste elezioni è la mancanza di candidati.

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Che queste elezioni fossero particolari si era capito già dall’inizio. Innanzitutto perché non sono le solite “votazioni balneari”, che a noi italiani piacciono tanto: la pandemia ci ha fatto scoprire che si può votare anche a ridosso dell’autunno e non per forza fra un tuffo e l’altro.

Sono particolari perché i partiti che a livello locale avrebbero dovuto azzuffarsi in campagna elettorale, a livello nazionale sono (quasi) tutti insieme al Governo. E questo sicuramente ha influito sul dibattito pre elettorale.

Ce ne siamo accorti qui a Notizie.it nel dibattito, organizzato presso la nostra sede, fra le capolista di PD, Lega e M5S. Annarosa Racca, Anna Scavuzzo e in parte Elena Sironi sembravano più tre vecchie compagne di scuola che si ritrovano per un tè delle 5, che avversarie politiche.

Pacate, tranquille, confidenziali, soprattutto le prime due, ben rappresentano l’evoluzione dei loro partiti: sempre più salottieri.

Annarosa Racca è la dimostrazione di una Lega che, non sappiamo se per volere di Salvini o di Giorgetti, sempre più potente all’interno del partito, sta abbandonando l’atteggiamento antagonista e diventando sempre più establishment.

Il PD lo è diventato già da tempo e i risultati, in termini di voti, si sono visti negli ultimi anni (forse dovrebbero rifletterci al Carroccio…).

Una strategia che funziona sicuramente a Milano da quando la borghesia italiana, che nel capoluogo lombardo ha la sua roccaforte, ha abbandonato il centrodestra imprenditoriale, benestante e un po’ classista per spostarsi verso un centrosinistra ben più cool, ma ugualmente benestante e anche un po’ classista.

Non a caso se c’è una città dove l’esito di queste elezioni è scontato è proprio Milano: l’unica ad avere almeno un candidato. Peraltro perfetto per il suo contesto elettorale: un uomo di destra appoggiato dalla “sinistra”. E alla Scavuzzo, già sua vice nella giunta uscente, il compito di provare a essere veramente di sinistra, giusto per racimolare i voti dei “nostalgici”.

Che Sala sia il candidato (non il Sindaco eh) perfetto nel suo contesto elettorale lo sa benissimo lui stesso, che infatti non si è neanche sprecato a fare più di tanto campagna elettorale e a rispondere, realmente, alle domande dei giornalisti (leggi qui la nostra intervista). Lo sanno i suoi che, infatti, come nel nostro dibattito, già parlano da futuri assessori.

Ma soprattutto lo sanno i suoi avversari che neanche ci hanno provato (e, se ci hanno provato, non ci sono riusciti, visti i tanti no ricevuti) a trovare un candidato, per poi tirare fuori dal cilindro il nome di un buon uomo, un po’ sornione (lo si vede dalla nostra intervista), ma non certo di un leader politico. E se candidi un non politico almeno lo devi supportare, anche economicamente, e appoggiare, non lasciare da solo perché “tanto non ne vale la pena”.

La vera stranezza di queste elezioni è quindi la mancanza dei candidati. E non solo a Milano. La destra, che pure sarebbe data per favorita nei sondaggi nazionali, alle amministrative non è riuscita a esprimere un candidato che sia politico ed è arrivata perfino a sconfessare il teorema che vedeva le toghe dei magistrati tingersi di rosso di berlusconiana memoria.

Se a Milano, dopo che la Lombardia è stata la regione più bersagliata dall’emergenza Covid, ha infatti puntato sulla salute, candidato un medico e una farmacista (la Racca), che manca solo qualche infermiere e un paio di fisioterapisti per aver finalmente trovato l’equipe da mandare all’ospedale costruito da Fontana in Fiera, altrove ha puntato tutto sui magistrati: Catello Maresca a Napoli e Simonetta Matone a Roma.

Il primo, un po’ mediaticamente manettaro, molto in stile “magistratura 2.0”, in un’intervista a Notizie.it accusa gli avversari di aver racimolato nelle loro liste anche i candidati che lui, “per motivi di opportunità”, non ha voluto (senza però chiarire quali candidati e quali liste). E, così, costringe Gaetano Manfredi, il candidato del PD, a replicare, ma senza troppa enfasi…che non si sa mai che qualche impresentabile ci sia veramente fra le liste che lo appoggiano ed è meglio andarci cauti (vera specialità di Manfredi, a dire il vero).

Simonetta Matone, anche lei, come la Racca elegante donna di mezza età molto diversa dai tipici soggetti da raduno di Pontida, è l’altro emblema di una Lega pronta a indossare la grisaglia da quando ha deciso di allearsi con i banchieri. Appena uscita dal salotto di Porta a porta, uno dei più blasonati di Roma dopo quello di Jep Gamberdella, è in realtà la prima candidata in Italia a un ruolo quasi mitologico: quello di prosindaca. Figura legislativamente inesistente, è il compromesso di una destra che ha perso il capo (un tempo era Berlusconi) e non sa come mettersi d’accordo, tanto da dover esprimere due candidati sindaco, inventando ruoli che in realtà non esistono, ma sono meno “disdicevoli” di quello di vice.

Ma, diciamoci la verità, un comportamento così “democratico” e frammentario ce lo saremmo aspettati più dalla sinistra che dalla destra… e poi c’è pure chi li accusa di essere un po’ fascitelli, quando mi sa che stanno per diventare peggio di quegli altri.

Il candidato sindaco in realtà sarebbe tal Enrico Michetti che, quantomeno (bisogna riconoscerglielo), ha avuto l’ironia di scherzare egli stesso sulla sua notorietà utilizzando come slogan “Michetti chi?”. Oltre a questo non ha fatto nient’altro e, forse, è stato meglio così a guardare i sondaggi.

Michetti giova della presenza in coalizione di Fratelli d’Italia, che nella Capitale ha sicuramente un buon seguito e che – come nel nostro dibattito fra i candidati al Consiglio comunale – può farsi forte di essere l’unico partito all’opposizione a livello nazionale. Vantaggio che gli permette di accusare PD e M5S di essere pronti al ticket in caso di ballottaggio. Un ticket che varrebbe 0 + 0 (fa sempre 0), se non coinvolgesse anche Carlo Calenda che gli permetterebbe almeno di sfiorare i decimali.

La scelta di sottrarre la magistratura alla sinistra non pare, invece, stia funzionando altrettanto bene a Napoli, dove Maresca – nonostante fosse molto conosciuto e apprezzato per il suo contrasto alla camorra – sembra non aver convinto come candidato sindaco. Tanto che, se dovesse arrivare al ballottaggio, sarebbe probabilmente merito più che altro di una sinistra che è riuscita a far resuscitare perfino Bassolino per frammentare i voti (che poi Bassolino sia vivo e vegeto è un po’ un dogma, visto che tende a non concedere interviste e le sue capolista a non presentarsi ai dibattiti. Almeno con noi hanno fatto così).

Mancano anche i candidati del Movimento 5 Stelle, che a Napoli hanno rinunciato anche a indicare un loro nome, a Milano perfino il loro nuovo leader Giuseppe Conte lo sbaglia e a Roma, onde evitare lo stesso errore, hanno puntato sull’usato sicuro.

Resterebbe qualche nome minore, ma la mancanza di un dibattito pre elettorale non ci ha permesso neanche di scoprirli. Se non per Alessandra Clemente a Napoli che “giova” di un passato difficile, quello nella giunta di De Magistris.

E quello di Gianluigi Paragone che deve la sua notorietà più al passato da giornalista nel giornale di partito della Lega, quando era ancora Nord, e poi di militante dei 5Stelle quando erano ancora grillini, che potrebbe racimolare qualche voto fra i no Green pass, no vax, no… tutto.

Ora godiamoci il silenzio elettorale per scegliere, ancora una volta, il meno peggio.

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