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Chi è Giovanni Tria, neo Ministro dell’Economia

Tria ha posizioni di critica costruttiva verso l'euro e non è contro la flat tax, finanziata però con clausole di salvaguardia dell'Iva.

giovanni tria

Giovanni Tria è stato nominato Ministro dell’Economia e della Finanza del governo presieduto da Giuseppe Conte. Tria è nato a Roma nel settembre del 1948. Laureato in Giurisprudenza, ha insegnato Economia, Macroeconomia e Storia del Pensiero Economico alle Università di Perugia e alla Sapienza di Roma. Attualmente è professore ordinario di Economia Politica all’Università Tor Vergata di Roma, dove è preside della Facoltà di Economia dal 2017. I suoi interessi di ricerca hanno riguardato soprattutto temi legati allo sviluppo e alla crescita, al ruolo della governance e investimenti pubblici. Tria è un uomo stimato da Renato Brunetta, con il quale ha collaborato, e vicino al Popolo della Libertà, fondato da Silvio Berlusconi “che tempo fa gli affidò la guida della prestigiosa Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione” riferisce Il Fatto Quotidiano.

Visione dell’Unione Europea

Tria ha espresso posizioni critiche verso alcune politiche dell’Unione Europea, in modo però meno veemente e con soluzioni meno drastiche rispetto a quanto fatto da Paolo Savona.

In un editoriale per Il Sole 24 Ore, firmato insieme a Renato Brunetta, Tria specifica quale sia il suo pensiero circa la politica economica europea. L’articolo risale al 9 marzo 2017 e se ne trovano alcuni punti salienti nel sito web del quotidiano. I due autori si soffermano sulla necessità di riformare l’Unione Europea, con tempi da definire in modo preciso, ma non ritengono che abbandonare le istituzioni comunitarie sia la soluzione ai problemi economici italiani (e europei, allargando la visuale). “Non ha ragione chi invoca l’uscita dall’euro senza se e senza ma come panacea di tutti i mali, ma non ha ragione neanche il Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, quando dice che “l’euro è irreversibile”, se non chiarisce quali sono le condizioni e i tempi per le necessarie riforme per la sua sopravvivenza”.

Occorre perciò trovare soluzioni condivise perché uscire da soli dall’euro “significa pagare solo costi senza benefici“.

Il reddito di cittadinanza

Sul sito web Formiche.net è stato riproposto, in virtù degli ultimi sviluppi nel contesto politico nazionale, un recente intervento di Giovanni Tria a l’Università Tor Vergata del 14 maggio 2018. Il tema riguarda i due cavalli di battaglia, a livello economico, portati avanti da Lega e M5S durante al campagna elettorale: flat-tax e reddito di cittadinanza. Il professore precisa che il suo parere si limita, almeno momentaneamente, “(…) a valutarne la coerenza strategica più che la cosiddetta compatibilità con i mezzi di bilancio a disposizione”. Ciò avviene per due ragioni, spiega Tria. La prima è lo scarto presente tra una norma preventivata in un accordo e quella successiva, che invece deve essere scritta “con le competenze istituzionali in grado di misurare effetti di bilancio e coerenze legislative di sistema”.

Questo passaggio implica un certo ridimensionamento nella visione iniziale. Secondariamente perché non è stato chiarito se e in che modo queste misure possano essere armonizzate con il bilancio pubblico. Per quanto riguarda il reddito di cittadinanza, il professore non è contrario a prescindere ma contestualizza la misura: “Esso sembra oscillare tra un’indennità di disoccupazione un poco rafforzata (…) e magari estesa a chi è in cerca di primo impiego, e un provvedimento, improbabile, tale da configurare una società in cui una parte della popolazione produce e l’altra consuma”. Tria sostiene che la prima ipotesi è la più probabile da realizzare e non è incompatibile con una politica economica orientata alla crescita.

La flat tax

Giovanni Tria sembra però più interessato ad analizzare la flat tax perché l’ obiettivo della riforma è ridurre la pressione fiscale per stimolare la crescita economica “soprattutto se si vede questo obiettivo non tanto come un modo per aumentare il reddito spendibile di famiglie e imprese, e quindi sostenere la domanda interna, ma come un modo per aumentare il reddito dei fattori produttivi, lavoro e capitale, e quindi anche degli investimenti”. La “scommessa” di coloro che sostengono la riforma è che il provvedimento, aumentando la crescita economica, genererà un maggiore gettito fiscale che può in parte compensare il costo che si crea abbassando le tasse. Tria suggerisce di “contare meno sulle scommesse”; sarebbe opportuno, secondo il parere del professore, partire con una o due aliquote non a basso livello in modo ammortizzare le spese. Aggiunge inoltre che “non si vede perché non si debba far scattare le clausole di salvaguardia di aumento dell’Iva per finanziare parte consistente dell’operazione”.

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