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Ci prova anche la Cina, ma qui i gelsomini non attecchiscono

Un appello anonimo online ha chiamato numerosi attivisti a manifestare in strada, in appoggio ai paesi arabi e con la speranza di cambiare qualcosa in patria. La polizia ha presto represso la dimostrazione: sono già stati arrestati circa venti manifestanti e sono stati sospesi alcuni sistemi di comunicazione, come lo scambio di sms e di messaggi via internet.

L’appello, apparso sul sito americano in lingua cinese Boxun.com, riguardava Pechino, Shanghai e altre undici città, e non era firmato, ma incitava il popolo ad “assumersi la responsabilità per il futuro”, chiedendogli di gridare “vogliamo cibo, vogliamo lavoro, vogliamo case, vogliamo giustizia”.

Pechino non ha accolto bene questa protesta, e ha presto realizzato un giro di vite sulla comunicazione e la libertà d’espressione: il sito Boxun è stato oscurato, ed è stato bloccato l’accesso a Facebook e Twitter, anche se ormai molti giovani cinesi esperti di tecnologia riescono ad aggirare le censure.

Una persona non identificata è riuscita lanciare in aria un mazzo di gelsomini, subito raccolti dalle forze dell’ordine, e gettati nella spazzatura. Tra la folla erano presenti anche alcuni giornalisti stranieri; la tensione è rimasta alta, ma non ci sono stati scontri violenti.

Pechino teme l’emulazione delle rivolte arabe, e il governo sembra deciso a reprimere ogni tentativo di ribellione: una grande contraddizione nel paese che è appena stato riconosciuto seconda economia mondiale!

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