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Concpet album, la rivelazione editoriale made in BO

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Intervista all'autore di Concept album, saggio rivelazione edito da Odoya

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A pochi mesi dalla pubblicazione, il saggio Concept album si rivela uno dei progetti editoriali meglio riusciti nel campo della saggistica musicale. Questo grazie al coraggio di una casa editrice bolognese come la Odoya capace di puntare su tematiche inedite – si pensi che questo è l’unico testo sull’argomento! – e su autori giovani quanto competenti come Daniele Follero, giornalista ed esperto di popular music.

Non esistono definizioni univoche riguardo al termine concept album. Franco Fabbri – musicologo e membro dei mitici Stormy Six – la definisce una unità culturale riferita agli album concepiti secondo un progetto unitario che supera la forma chiusa della canzone e che sfrutta la diffusione dell’Lp. Daniele Follero sostiene, infatti, che l’evoluzione del concept album va di pari passo con lo sviluppo tecnologico in ambito musicale.

L’evoluzione dei concept album – afferma Follero – è strettamente legata sia alla maggiore diffusione del disco a 33 giri,sia con la grande importanza che, verso la fine degli anni ’60, cominciano ad acquisire le tecniche di registrazione in studio. Sgt. Pepper’s Lonely hearts club band è un esempio chiaro di questa svolta”.

Il famoso album dei Beatles, di cui vi proponiamo la copertina, pur non essendo stato concepito a monte come un’opera unitaria, così fu percepito dal pubblico. Un altro esempio in questo senso è Aqualung dei Jethro Tull. L’autore traccia una sintetica ma puntale storia del concept, lo sviluppo nella sua fase creativa e sperimentale, fino all’avvento del cd e della registrazione digitale che ha trasformato completamente le modalità d’ascolto privato. “Le infinite possibilità di combinazione tra i brani,di programmazione di sequenze e di singoli brani, – sottolinea Follero – hanno messo in secondo piano l’idea di unità. Per quanto oggi la produzione di concept album (o, almeno, di dischi definiti tali) sia anche più copiosa di quarant’anni fa“.

E’ verso la fine degli anni ’60, in piena era psichedelica, che gli isolati esperimenti di concept trovano terreno fertile per svilupparsi. Nasce la rock opera, in cui il concept album acquisisce un elemento drammaturgico che lo avvicina al musical (ne è un esempio Tommy degli Who) per poi divenire opera multimediale con The Wall dei Pink Floyd, concepito come un “trittico spettacolo dal vivo, disco-film“.

Nel mezzo – conclude Daniele Follero – ci sono tanti tentativi di conciliare questa pratica con le istanze creative del rock, che negli anni ’70 raggiunge uno dei suoi apici creativi con il progressive rock, il genere più strettamente legato al concept album. In Italia, gli album “a tema” incontreranno la tradizione cantautorale“.

Su tutti, non è possibile dimenticare Fabrizio De Andrè, colui che meglio farà combaciare la sua grande aspirazione alla narrazione e il formato del concept album, producendo dischi indimenticabili come Tutti morimmo a stento e Storia di un impiegato.

Luigia Bencivenga

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