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L’opinione di Giuseppe Acconcia

Conflitto israelo-palestinese, questa nuova crisi durerà a lungo

Le fazioni palestinesi e le autorità israeliane non hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco e il conflitto potrebbe durare ancora per settimane.

conflitto israelo-palestinese

Israele ha intensificato gli attacchi su Gaza nel quinto giorno dall’inizio delle ostilità. Secondo l’esercito israeliano, sono state coinvolte forze aeree e di terra negli attacchi. Video dalla Striscia di Gaza hanno mostrato i raid aerei israeliani che sono andati avanti tutta la notte tra giovedì e venerdì.

Lo scorso giovedì, l’esercito israeliano ha richiamato 7mila riservisti e dispiegato truppe e carri-armati al confine con Gaza.

Sono almeno 119 i morti tra i palestinesi a Gaza, tra cui 27 bambini. Tra i palazzi colpiti nel centro di Gaza City c’è la torre al- Shorouk, sono stati attaccati tunnel e altre infrastrutture di Hamas in attacchi che hanno anche ucciso funzionari del movimento che governa Gaza. Otto sono le vittime israeliane, incluso un bambino di cinque anni.

Anche israeliani e arabo-israeliani all’interno di Israele sono stati coinvolti nelle violenze. E così il ministro della Difesa, Benny Gantz, ha promosso un massiccio dispiegamento” di forze di sicurezza per limitare le proteste. Sono almeno 400 le persone arrestate fino a questo momento. A Gaza, i palestinesi temono un’incursione di terra, molti residenti hanno lasciato il quartiere di Shejaiya a Gaza City dopo aver avvertito l’intensificarsi dei bombardamenti. “I bambini sono spaventatissimi.

Anche noi adulti che abbiamo anni di esperienza di guerra, abbiamo paura e non ne possiamo più”, ha detto Raid al-Baghdadi, residente nell’area a AFP.

Le cause del conflitto in corso

L’avvio della così detta Operazione “Guardiano del Muro”, la più estesa dall’Operazione Pilastro di Difesa (2012) e Margine Protettivo (2014), ha segnato l’epilogo di un mese di alterchi. Una marcia organizzata da nazionalisti israeliani che doveva attraversare la zona a maggioranza musulmana nella Città antica di Gerusalemme Est è stata cancellata per il timore che potesse innescare una rivolta nel Jerusalem Day (9-10 maggio) che segna la conquista di Gerusalemme Est del 1967.

Quest’anno la marcia avrebbe dovuto avere luogo proprio negli ultimi giorni di Ramadan. Tuttavia, ha contato molto anche l’incapacità del premier israeliano, Benjamin Netanyahu, di formare un nuovo governo dopo il quarto voto in due anni. Questo spiega la provocazione della polizia israeliana alla Spianata delle Moschee quando entrando nella moschea di al-Aqsa e nella moschea della Roccia, ha innescato scontri senza precedenti dentro la moschea, di fatto impedendo ai musulmani di pregare nella notte più importante dell’anno, Laylat al-Qadr, una delle notti che segna la fine del Ramadan.

Le autorità israeliane avevano deciso di sfrattare le famiglie palestinesi residenti nel quartiere di Gerusalemme Est di Sheikh Jarrah. “Israele ha un problema e si trova a Gerusalemme Est”, ci ha spiegato lo storico israeliano, Ilan Pappé dell’Università di Exeter. “In realtà il problema sono i palestinesi di Gerusalemme che impediscono la completa giudeizzazione della città. Nei quartieri di Silwan e Sheikh Jarrah il metodo usato è di rivendicare le proprietà degli ebrei, in altre parti è spedire i palestinesi in Cisgiordania e in altri casi è l’uso di una crescente pulizia etnica”, ha aggiunto.

I possibili sviluppi e le implicazioni internazionali

Il conflitto potrebbe durare ancora per settimane anche se il prolungamento delle violenze potrebbe esacerbare gli scontri all’interno di Israele. Il premier israeliano ha assicurato che le operazioni israeliane contro i “militanti palestinesi” continueranno “quanto necessario. Ha aggiunto che Hamas, il movimento che governa Gaza, pagherà un alto prezzo, così come altre “organizzazioni terroristiche”. Dichiarazioni simili sono arrivate da Hamas che, tramite i suoi portavoce, ha fatto sapere che Israele avrebbe subito una “dura lezione”. All’inizio degli scontri, Netanyahu aveva accusato Hamas di aver “superato la linea rossa”. “Israele ha superato la linea rossa tanto tempo fa, quando ha imposto l’assedio e l’embargo contro Gaza, procedendo alla pulizia etnica dell’Area C e imponendo una sorta di sistema di apartheid per i palestinesi in Israele (a questo si potrebbe aggiungere non permettere ai rifugiati palestinesi di tornare)”, ha spiegato Pappé.

Stati Uniti, Unione Europea e Gran Bretagna hanno sollecitato israeliani e palestinesi a spegnere le tensioni al più presto possibile, mentre la Turchia ha definito gli attacchi di Israele “terrorismo”, manifestazioni a sostegno dei palestinesi si sono svolte in molte città in Europa, Stati Uniti e Medio Oriente. L’Egitto, che si è sempre mantenuto su posizioni vicine ad Israele dopo il colpo di stato militare del 2013, si è proposto per una mediazione “con lo scopo di prevenire il deterioramento della situazione a Gerusalemme”, ha detto il ministro degli Esteri, Sameh Shoukry, che ha confermato di non aver fin qui “ricevuto risposta”.

La guida suprema iraniana, Ali Khamenei, ha tuonato contro Israele che “comprende solo la lingua della forza”, aggiungendo che i palestinesi devono “accrescere il loro potere e la loro resistenza”. Le autorità iraniane sono impegnate in colloqui indiretti con gli Stati Uniti a Vienna per tornare ad un possibile accordo sul nucleare, puntando sull’avvicendamento alla Casa Bianca tra Trump e Biden. Un’escalation degli scontri potrebbe avere effetti negativi proprio sui colloqui sul nucleare, duramente osteggiati da Israele. Infine, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha chiesto un immediato cessate il fuoco delle ostilità.

Fino a questo momento le fazioni palestinesi e le autorità israeliane non hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco. Funzionari di Hamas hanno detto di essere pronti per il “reciproco” cessate il fuoco se la comunità internazionale spingesse Israele a chiudere le ostilità alla moschea di al-Aqsa. In termini più generali, una soluzione del conflitto che determini la formazione di due stati, come auspicato da molti attori internazionali, appare sempre più lontana.

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