Stefano Cucchi, "Sulla mia pelle" e l'opinione pubblica | Notizie.it
Stefano Cucchi, “Sulla mia pelle” e l’opinione pubblica
Cronaca

Stefano Cucchi, “Sulla mia pelle” e l’opinione pubblica

Stefano Cucchi, Sulla mia pelle
Stefano Cucchi, Sulla mia pelle

A nove anni dalla morte di Stefano Cucchi, il film "Sulla mia pelle" ha mostrato il decesso del geometra 31enne sotto una nuova luce.

22 ottobre 2009 – 22 ottobre 2018. Sono trascorsi esattamente nove anni dalla morte di Stefano Cucchi, il geometra 31enne di Torpignattara deceduto al Sandro Pertini per le conseguenze di un’aggressione dopo l’arresto per detenzione e spaccio di droga. È passato, invece, meno di un mese dalla confessione con cui il carabiniere Francesco Tedesco ha ammesso il pestaggio e ha accusato due colleghi, Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo. Ma qualcosa nel panorama del difficile caso Cucchi si era già smosso il 29 agosto, con la presentazione alla 75esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia di Sulla mia pelle, film con cui il regista Alessio Cremonini ha ricostruito gli ultimi giorni del geometra.

Proiezioni gratuite e messaggio sociale

Più che i sette minuti di applausi finali a Venezia, a decretare la vera riuscita del film sono state le numerose proiezioni gratuite organizzate in tutta Italia dopo l’uscita nelle sale il 12 settembre e la quasi contemporanea distribuzione su Netflix.

Quella tenutasi all’Università La Sapienza di Roma ha raccolto più di duemila partecipanti, non solo studenti. Migliaia di ragazzi e ore di coda anche alla Statale di Milano, il 18 ottobre.

Gli italiani hanno sentito la necessità di vedere il film, quasi come fosse un dovere civile. Sulla mia pelle racconta un pezzo di storia e uno spaccato della società del nostro Paese. Un messaggio tanto importante, sostengono in molti, non può essere destinato a un solo pubblico d’élite (come spesso accade ai film impegnati).

Alessandro Borghi interpreta Stefano Cucchi

Nessun eroe, nessun mostro

Ma cosa rende Sulla mia pelle un film tanto significativo? La risposta, pressoché unanime, di pubblico e critica è la capacità di portare sullo schermo quella che è la vita di Stefano, prima ancora di essere il “caso Cucchi”. L’uomo, prima del personaggio e del simbolo che è diventato.

La pellicola ha un andamento circolare. Si apre con il tentativo di rianimazione da parte dei medici del Sandro Pertini, per poi fare un passo indietro e mostrare la vita di un giovane uomo come tanti. La Chiesa (“Credente? Più che altro sperante”, scherza Stefano in cella), il luogo di lavoro, la palestra, le discussioni in famiglia. Un uomo normale, fatta eccezione per quell’atto di tagliare l’hashish nel buio della propria casa.

Lo Stefano del film non è un mostro, ma non è neppure un santo. È un uomo che ha commesso degli errori a cui non ha avuto la possibilità di porre rimedio. La pellicola rinuncia a qualsiasi pretesa ideologica mostrando gli sbagli di Cucchi. Non tace che Stefano non ha mai ammesso (se non a un compagno di detenzione senza volto né nome) di possedere una casa dove ha nascosto la droga, temendo un allungamento della pena. Anche i familiari si mostrano spesso duri nei suoi confronti. Il padre Giovanni sospetta prima dei detenuti e poi delle guardie per il pestaggio, ma non si espone perché Stefano, dice, ormai è un uomo, non più il 16enne continuamente tratto in salvo dai genitori. La stessa Ilaria, donna combattiva e simbolo della strenua difesa del fratello, commenta così l’arresto: “Io non mi faccio prendere in giro. Non le voglio più sentire le sue cazzate”.

Morto per omertà

Anche i Carabinieri vengono mostrati sotto una luce inedita. L’Arma non appare né come l’incarnazione dell’ordine civile e della giustizia né come un covo di mostri. C’è chi maltratta Cucchi, chi non gli crede, chi gli offre una sigaretta prima di portarlo in tribunale. Quello che emerge è un pesante clima di omertà, la rassegnata accettazione della violenza carceraria come normalità. Nessuno crede alla caduta dalle scale, eppure nessuno fa domande né crede a Stefano le poche volte che rompe il muro del silenzio e osa dire la verità.

Cucchi in cella

Il potere della finzione

Il team di Cremonini ha fatto riferimento a quasi 10mila pagine di verbale. La pellicola è una ricostruzione il più possibile fedele alle carte processuali, ma non è un documentario. Il regista utilizza con abilità il vasto campionario di possibilità offerte dal cinema di finzione: dalla fisionomia degli attori all’alternarsi di musiche e silenzi, dal montaggio alle luci. Le inquadrature sono prevalentemente lunghe, i primi e i primissimi piani prevalgono sulle panoramiche. La macchina da presa indugia sul volto tumefatto di Cucchi anche quando l’azione, nel frattempo, prosegue fuori campo. La scena dell’aggressione non viene mostrata, neppure parzialmente. La cinepresa si ferma a inquadrare il corridoio della caserma mentre Stefano oltrepassa la porta del fotosegnalamento. Da quella stanza uscirà, poco dopo, ricoperto di lividi e con due costole incrinate.

Sinergie sociali: il potere del cinema

L’attore Alessandro Borghi ha definito il cinema come “il mezzo più potente in nostro possesso. Se fatto bene, però, se fatto con intelligenza, con una grandissima onestà intellettuale”. Lo è ancor di più quando esce dai limiti del documentario e infrange la parete che separa lo spettatore dalla vicenda rappresentata, suscitando emozioni forti senza cadere nel patetismo. Non è un caso se Sulla mia pelle ha avuto una risonanza di gran lunga superiore rispetto a 148 Stefano morti dell’inerzia, il documentario del 2011 diretto da Maurizio Cartolano, distribuito da Il Fatto Quotidiano e trasmesso in prima TV su La7 da Enrico Mentana. C’è una grande differenza tra i freddi commenti fuori campo e il pathos di una prova attoriale come quella di Borghi.

“Questa è una ricostruzione reale che non costringe nessuno a prendere posizione“, continua Borghi. “Ognuno si prende le sue responsabilità. Il film fornisce al pubblico gli strumenti per farsi una sua idea“. Il caso Cucchi è uno dei più divisivi della storia italiana recente. Ha creato una frattura tra i sostenitori di Stefano, spesso bollati come anarchici, e i difensori a spada tratta (prevalentemente militanti della destra) delle forze dell’ordine. Sulla mia pelle ha contribuito a superare, almeno parzialmente, questo dualismo. Ha permesso di percepire la storia di Stefano non come un caso ideologico, quanto piuttosto come il dramma di un uomo in un sistema più grande di lui.

Il cambiamento nel mondo politico.

Davanti a tale cambio di prospettiva, anche parte dell’opinione pubblica ha ammorbidito il suo giudizio nei confronti di quello che era prima visto come un semplice tossicodipendente. Un buon termometro del cambiamento è rappresentato dal mondo politico.

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che in passato criticò aspramente la sorella di Stefano (“Mi fa schifo”, fu il suo commento alla Zanzara) e difese a più riprese le forze dell’ordine, è sembrato disposto a instaurare un dialogo con la famiglia Cucchi già prima della confessione di Tedesco. Precisamente, all’indomani della presentazione del film. A Venezia, Ilaria ha voluto dedicare la pellicola proprio al segretario della Lega, chiedendogli “un incontro pubblico che non accetterà mai perché in campagna elettorale ha affermato che gli faccio schifo. Una eventuale legge sulla tortura avrebbe legato le mani alle forze dell’ordine e in caso di fermo qualche sberla ci sta. Se qualcuno si fa male, pazienza”. Salvini depose le armi e rispose accettando l’invito e dichiarandosi disposto a vedere la pellicola.

Le minacce a Ilaria Cucchi

Meno di due mesi dopo, è ancora Salvini a condannare coloro che (compresi simpatizzanti leghisti) hanno minacciato la sorella di Stefano e le hanno augurato la morte sui social network. “Stiamo ricevendo una serie impressionante di insulti, minacce ed auguri di morte da profili simpatizzanti della Lega, che è partito di Governo, e da (mi auguro) sedicenti appartenenti a polizia e Carabinieri come quello il cui profilo pubblico ora. Confesso che ho paura, per me, per la mia famiglia e per Fabio [il marito] poiché nessuno persegue queste persone ma pare ci si debba preoccupare solo di Casamassima, Rosati e Tedesco. Io e Fabio non sappiamo più cosa pensare”.

In risposta, il leader del Carroccio si è schierato dalla parte di Ilaria. “I leghisti non minacciano e non sono violenti. Nessuna tolleranza”, ha commentato, invitandola a denunciare e – di nuovo – a recarsi al Viminale.

Una scena del film di Cremonini

Quando l’arte cambia il mondo

Pensare che il cinema e l’arte possano influire sulla vita reali tanto da modificarne le dinamiche sociali e addirittura influire sui processi giudiziari può sembrare un’illusione. Eppure i casi simili non mancano, soprattutto negli Stati Uniti. Il più celebre è Super-size me, documentario di Morgan Spurlock sugli effetti del fast-food. In seguito alla distribuzione della pellicola, McDonald’s ha accettato di rinunciare alla politica del super-size (servire di default un menu più grande dello standard, con relativo sovrapprezzo) e ha introdotto alternative alimentari più sane. Un simile effetto è stato generato anche da Bowling a Columbine, girato da Micheal Moore dopo la strage del 1999 nella scuola locale. In risposta al film, la catena di negozi Kmart smise di vendere proiettili a qualsiasi cliente li chiedesse, senza svolgere appositi controlli.

Con Una scomoda verità, Al Gore riuscì nell’intento di rendere i cambiamenti climatici un argomento centrale nel dibattito pubblico. Che una pellicola possa addirittura influire su ciò che accade nelle aule di tribunale è testimoniato da The thin blue line. Il documentario di Errol Morris del 1988 racconta il caso dell’omicidio del poliziotto Robert Wood. L’obiettivo del regista è dimostrare che, attenendosi alle carte processuali, l’imputato Randall Dale Adams non può essere considerato colpevole oltre ogni ragionevole dubbio. Come Cremonini, anche Morris si è servito delle tecniche del cinema di finzione, ma sfruttandone le luci e il montaggio in modo più drammatico. Dopo l’uscita del film, venne istituito un secondo processo, al termine del quale il giudice dichiarò l’imputato innocente e dispose il suo rilascio.

Alessandro Borghi in Sulla mia pelle

Il caso Cucchi, dall’arresto alla confessione

Stefano Cucchi, geometra romano 31enne, è stato arrestato insieme a un amico il 15 ottobre 2009 dai carabinieri di Roma al Parco degli Acquedotti. Gli agenti lo hanno trovato in possesso di 20 grammi di hashish e di alcune pastiglie di stupefacenti. Nella notte che separa l’arresto dalla sua prima comparsa in tribunale, Stefano è stato picchiato con violenza, tanto da riportare lividi sul volto e nella zona lombare e due costole incrinate.

Al processo si è dichiarato colpevole di detenzione di droga ma innocente per quanto riguarda lo spaccio. Il giudice lo ha condannato a un mese di detenzione, ma le sue condizioni di salute hanno preoccupato i medici del penitenziario che ne hanno disposto il trasferimento nelle celle del Sandro Pertini. Lì Cucchi è morto il 22 ottobre 2009. L’autopsia ha rivelato i segni di violenza, oltre che una forte denutrizione (pesava solo 27 chili).

Nel marzo 2011 ha avuto inizio il processo di primo grado con rinvio a giudizio di 13 persone, tra cui 3 infermieri, 6 medici, 3 agenti di polizia penitenziaria e il direttore dell’ufficio detenuti, Claudio Marchiandi. Quest’ultimo è stato condannato a 2 anni con rito abbreviato per favoreggiamento, falso e abuso in atti d’ufficio, ma poi è stato assolto in secondo grado nel 2012. Il 5 giugno 2013 termina il processo di primo grado: i medici sono stati per omicidio colposo; assolti gli infermieri e gli agenzi penitenziari. Con la sentenza del 31 ottobre 2014, tutti gli imputati sono stati assolti in sentenza d’appello per insufficienza di prove.

Nuove indagini

Nel gennaio 2015, una sentenza dei giudici d’appello ha autorizzato gli inquirenti a procedere con nuove indagini e a fare ricorso in Cassazione. Ilaria Cucchi, nell’aprile 2016, iniziò la sua battaglia per chiedere al Parlamento e al Governo di approvare una legge sul reato di tortura. In pochi giorni raccolse 200mila firme, ma dura fu l’opposizione del mondo politico, in particolare di Matteo Salvini.

Nell’ottobre 2016 il gip Elvira Tamburelli nominò nuovi periti, i quali stabilirono che la morte di Cucchi è stata causata da un attacco epilettico. Ma a gennaio 2017 la Procura di Roma chiese un nuovo processo, presentando nuovi capi di accusa contro tre carabinieri: Francesco Tedesco, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro. L’accusa è di omicidio preterintenzionale pluriaggravato, oltre che abuso di autorità, falso ideologico e calunnia. A febbraio le accuse sono estese ad altri due carabinieri.

Il 15 maggio 2018 viene depositata in tribunale la dichiarazione del maresciallo Riccardo Casamassima, che ha accusato i colleghi diventando il testimone chiave del processo. Per aver parlato, Casamassima subì forti ritorsioni da parte dei colleghi e dovette accettare un trasferimento forzato.

La confessione di Tedesco

La svolta è arrivata l’11 ottobre 2018, quando il carabiniere Francesco Tedesco ha confessato e ha accusato i due colleghi imputati dell’aggressione mortale a Stefano Cucchi. “Secondo quanto messo a verbale da Tedesco, il maresciallo Roberto Mandolini sapeva fin dall’inizio quanto accaduto: Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro furono gli autori del pestaggio su Cucchi e Vincenzo Nicolardi, quando testimoniò nel primo processo, mentì perché sapeva tutto e ne aveva parlato in precedenza con lui”, ha riferito il pm. Tedesco ha inoltre dichiarato di aver riferito l’accaduto di quella notte in una nota inviata alla stazione di Appia, che sarebbe però stata fatta sparire.

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Lisa Pendezza
Lisa Pendezza 2047 Articoli
Lisa Pendezza, nata nel 1994 a Milano. Laureata in Lettere con la passione per i viaggi, il benessere e la lettura, spera di riuscire a girare il mondo con una macchina fotografica in una mano e un romanzo nell'altra. Amante dei libri, si limita per ora a leggerne molti, con il sogno nel cassetto di scriverne uno.