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Salvini querelato da Don Biancalani per diffamazione

Il Ministro degli Interni è accusato di calunnia verso il parroco di Vicofaro, da tempo impegnato nell'accoglienza dei migranti.

Matteo Salvini
Matteo Salvini

Alla fine la querela è arrivata. Don Massimo Biancalani, a circa due mesi di distanza dalle parole di Matteo Salvini, pubblicate sui propri profili social Facebook e Twitter, ha sporto un’accusa di diffamazione aggravata a mezzo stampa, calunnia e omissione di atti d’ufficio.

La vicenda era iniziata il 28 agosto 2018, con l’intervento di Matteo Salvini sui social in seguito alla diffusione della notizia della chiusura del centro di accoglienza di Vicofaro, causata da motivi di sicurezza.

Le parole di Salvini

‘Tempi duri per il prete che ama attaccare me e circondarsi di presunti profughi africani, ancora un po’ e la canonica scoppiava… Chiuso!’ Con questo tweet il Ministro degli Interni attaccava il parroco di Pistoia, ribadendo poi in un successivo post che gli immigrati africani in questione fossero clandestini.

Entrambi i post da lui pubblicati ritraevano l’immagine del parroco abbracciato a un migrante.

La risposta di Don Biancalani

Il parroco sostiene che il suo centro di accoglienza, con sede nella canonica della chiesa, non ospiti ‘nè presunti profughi nè clandestini‘. La sua querela è rivolta anche ai 22 utenti che hanno rilasciato offese nei commenti sotto al post di Salvini.

Il blitz delle forze dell’ordine

Lo scorso 21 ottobre 2018 c’era stato un blitz delle forze dell’ordine nella parrocchia, con intervento di Polizia, carabinieri, vigili urbani, guardia di finanza, Asl e ispettorato del lavoro, oltre ai vigili del fuoco.

Lo scopo era di verificare la legalità dei documenti dei migranti. I vigili del fuoco si sono invece occupati del rispetto della sicurezza del locale, come da ordinanza del Comune. Non sarebbero scattate notifiche immediate dopo i controlli, fatto definito ‘pazzesco’ da don Biancalani in un suo post. Anche l’Anpi di Pistoia era intervenuta, sottolineando la propria contrarietà per un evento simile, che rappresenterebbe la normalità per uno ‘stato di polizia‘.

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