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L’opinione di Giampiero Casoni

Da Stefano Cucchi a Cerciello Rega: perché abbiamo bisogno di eroi

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Morire in servizio è meritevole di rispetto, ma non può essere il narcotico con cui curare le piaghe di quando in servizio si fanno morire gli altri.

stefano cucchi dieci anni morte

Dieci anni fa Stefano Cucchi moriva. O veniva ucciso. Dieci anni per chiudere un cerchio che nel frattempo ha curvato sulla tragedia di Trieste, con due poliziotti ammazzati e sepolti e prima ancora per quella di Roma che ha visto cadere il carabiniere Mario Cerciello Rega.

È un cerchio che ci ha consegnato due mistiche: quella delle divise sporche del sangue di qualcuno e quella delle divise insanguinate ad opera di qualcun altro.

Ricordare la morte di Stefano Cucchi

È complicato, è difficile, è infido. Ricordare senza cadere nei luoghi comuni fa male, a chi scrive prima ancora che a chi legge e poi magari matura il sacrosanto dovere del disaccordo. Nulla crea più accordo della legittimità e bellezza del disaccordo.

Tuttavia proprio per questo va fatto, oggi e ora e va fatto parlando di martiri verosimili ed eroi abusivi. L’Italia se ne sta riempiendo. Suo malgrado. Ed entrambe le categorie hanno a che fare con la divisa, secondo una retorica patriottarda che non fa onore né all’abito né a tutto ciò che rappresenta, con immutata fierezza. L’idea, vendemmiata fresca fresca dalla vigna del vocabolario concettuale italiano, è questa: se chi indossa la divisa ed è deputato ad incarnare un certo modello comportamentale inizia a toppare di brutto a livello sistemico, chi parimenti la indossa e incappa per orribile incastro nella tragedia suprema della morte diventa un eroe tout court e compensa il fango che sull’altro piatto della bilancia grava greve.

E par capire, o meglio, ribadire il concetto bisogna tener ben presente cosa sia un eroe.

ilaria stefano cucchi

Identikit di un eroe

A togliere sessappiglio emotivo alla faccenda – con grande sforzo, lo ammettiamo – e spolverando i vecchi classici, che non per niente si chiamano classici, eroe è colui che sapendo di morire, alla Morte ci va consapevolmente per un Fine Supremo che scavalca le ragioni empiriche della sua esistenza e l’istinto primordiale a sopravvivere.

E lo fa non intuendo a priori la possibilità che in date circostanze figlie della sua attività possa succedere il peggio, ma conoscendo esattamente la conseguenza del suo gesto nel momento in cui decide o agisce d’impeto: il decesso fisico.

Qui da noi invece gli eroi sono diventati come i papaveri a maggio: tanti ma belli solo per i quadri a olio e per gli impacchi da sonno, un sonno che troppo spesso abita nei faldoni di depistaggio che vengono spulciati nelle aule di giustizia.

Stefano Cucchi e le sue orribili dieci candeline nere, e poi Federico Aldovrandi, Giuseppe Uva, Gabriele Sandri e con loro altre decine di morti, prima ancora che casi giudiziari a sé stanti, con esiti procedurali differenti, e contingentati su specifici binari del Diritto, sono prove provate che da qualche anno a questa parte qualcosa sta accadendo all’interno delle Forze dell’Ordine di un paese che il Diritto ma solo per il gusto di percularlo ciclicamente. Semplicemente, i loro membri tendono a perdere le staffe di più e in maniera più truzza, abusando di mezzi che le Leggi mettono a loro disposizione fino al gravissimo o addirittura all’irreparabile.

Concorsi troppo massivi e speed, avanzamento dei quadri meno selettivo e graduale, assenza di valori pregressa e tenace e una certa mistica che vede nella divisa la possibilità di compensare piccinerie personali invece che dare respiro a valori alti sono a pieno titolo nel mazzo delle cause quanto meno imputabili di questo fenomeno bruto. E brutto. Attenzione: si tratta di un fenomeno che non lede decoro ed onore generale delle FFOO ma che paradossalmente, proprio perché punta il dito contro le eccezioni, fortifica la regola di una sanità di fondo di agenti e militari che millemila editoriali prog non riusciranno mai a scalfire e portatevi il lapis rosso per sottolineare questo concetto.

federico aldovrandi

Tra eroismo e mediocritas

Però il dato resta: carabinieri e poliziotti sono sempre meno immuni da un principio quasi fisico che vorrebbe la loro condotta pronta ad esagerare nel bene ma calmierata nel male, un po’ come il riduttore automatico di velocità di certe supercar. Si tratta di un principio per il quale da un uomo in divisa ci si aspetterebbero o eroismo o aurea mediocritas, mai e poi mai corruttela o abiezione. Insomma, se si serve lo Stato si può sempre salire più in alto nella scala etica e comportamentale, ma in basso più di tanto non si può scendere, non oltre la spavalderia immotivata ma venialissima di chi ti becca senza triangolo in auto e ti appioppa un multone da crepare le coronarie perché la sera prima è andato in bianco con la moglie. La percezione sconcia ma empirica è che per calmierare questo fenomeno si sta pericolosamente giocando a pesi e contrappesi, invece di intervenire con forza sulla polpa delle aberrazioni e cancellarle ovunque facciano capolino: dovunque appaia il dramma che appartiene per fisiologia all’attività mirabile delle FFOO, lo stesso si becca la patente di atto eroico, secondando il momento epico a circostanze che restano tragiche – ci mancherebbe – ma che nei panni dell’epopea ci si vestono a guanto stretto.

Anche gli errori marchiani di fondo che sono spesso all’origine di quelle tragedie passano in secondo piano, errori e negligenze che si sperdono in un coacervo pubblicistico da cui spremere solo un concetto: “Noi non siamo quelli che ogni tanto vi ammazzano per strada o in caserma quando al massimo dovremmo darvi qualche sacrosanta scuffia in camera di sicurezza ché santi santi non siete, ma questi qui, questi che crepano per bloccare un pusher, che muoiono investiti da un treno nell’inseguire un ladro, che stramazzano nel fronteggiare un matto che ha messo mano alla pistola”. Tutto vero, per carità di Dio, nel senso che morire in servizio è meritevole di massimo rispetto, ma non può essere il narcotico con cui, giocando ad esasperare, si possano curare le piaghe di quando in servizio si fanno morire gli altri.

marco cerciello rega

Brecht diceva “Beato quel Paese che non ha bisogno di eroi”. Epperò, giusto mentre ci si palleggia nella bocca della coscienza ‘sta frase rotondetta e inoppugnabile e a dieci anni secchi da quando un geometra pusher divenne il totem morto di orrori che non vorremmo vedere più, viene fin troppo facile pensare che si, beato quel Paese là, ma strabeato quello che, ad averne magari bisogno, poi gli eroi li trova. Li trova davvero, senza sporcare la divisa con l’anima mastina di chi confonde lo Stato di diritto con uno stato emotivo e picchia giù duro su cranio e reni. E per trovare un eroe, prima ancora di trovarlo, devi sapere cosa un eroe sia.

Giampiero Casoni è nato a San Vittore del Lazio nel 1968. Dopo gli studi classici, ha intrapreso la carriera giornalistica con le alterne vicende tipiche della stampa locale e di un carattere che lui stesso definisce "refrattario alla lima". Responsabile della cronaca giudiziaria di quotidiani come Ciociaria Oggi e La Provincia e dei primi free press del territorio per oltre 15 anni, appassionato di storia e dei fenomeni malavitosi. Nei primi anni del nuovo millennio ha esordito anche come scrittore e ha iniziato a collaborare con agenzie di stampa e testate online a carattere nazionale, sempre come corrispondente di cronaca nera e giudiziaria.


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Giampiero Casoni

Giampiero Casoni è nato a San Vittore del Lazio nel 1968. Dopo gli studi classici, ha intrapreso la carriera giornalistica con le alterne vicende tipiche della stampa locale e di un carattere che lui stesso definisce "refrattario alla lima". Responsabile della cronaca giudiziaria di quotidiani come Ciociaria Oggi e La Provincia e dei primi free press del territorio per oltre 15 anni, appassionato di storia e dei fenomeni malavitosi. Nei primi anni del nuovo millennio ha esordito anche come scrittore e ha iniziato a collaborare con agenzie di stampa e testate online a carattere nazionale, sempre come corrispondente di cronaca nera e giudiziaria.

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