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Coronavirus, primario di Codogno: “Se il contagio si allarga sarà dura”

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Sull'emergenza Coronavirus il primario di Codogno, ha dichiarato: "Stiamo facendo il conto alla rovescia". Per lui e i colleghi sono giorni duri.

Coronavirus primario Codogno
Coronavirus primario Codogno

Da giovedì 20 febbraio, quando il “paziente 1” è arrivato in ospedale presentando già gravi problemi respiratori, in Italia è scoppiato l’allarme Coronavirus e per il primario di Codogno, città focolaio dell’epidemia, sono iniziati turni senza sosta. Per lui la priorità restano i pazienti, i moltissimi malati che nelle ultime settimane stanno vivendo gli effetti del Coronavirus.

Infatti, ha tenuto a precisare: “Come ogni altro medico travolto dall’emergenza, penso solo a chi si ammala”. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, inoltre, ha ringraziato i colleghi per lo strenuo lavoro che svolgono giorno dopo giorno. “Tutti quelli che lavorano con noi hanno dato il massimo. Dalle persone che sanificano l’ambiente alla mattina, ben consapevoli della situazione, per finire con i medici, gli infermieri, le operatrici sanitarie.

Anche i pazienti capiscono e cercano di darci una mano”, ha commentato. Turni no stop pur di debellare la malattia e far luce sul virus che in Italia ha contagiato oltre 2500 persone. La moglie e le sue figlie, ha aggiunto, ultimamente le vede solo in video, tramite WhatsApp.

Sull’emergenza sanitaria che sta affrontando il nostro Paese, Stefano Paglia, primario dei pronto soccorso di Lodi e di Codogno, ha dichiarato: “Aspettiamo di capire se l’ondata dell’epidemia è passata o se l’emergenza è ancora all’inizio”.

Per gli esperti che studiano il Covid-19, infatti, la settimana sarà decisiva per far luce sull’andamento del virus. A detta del primario di Codogno, i rischi di un’ulteriore espansione del Coronavirus potrebbero compromettere un quadro già delicato: “Se si allarga sarà dura”, ha sottolineato.

Coronavirus, le parole del primario di Codogno

Stefano Paglia, il primario del pronto soccorso di Codogno e Lodi, si è trovato ad affrontare l’emergenza Coronavirus nel cuore del focolaio. Sull’attuale situazione ha dichiarato: “Stiamo facendo il conto alla rovescia. Monitoriamo minuto per minuto i nuovi contagi nella zona rossa e nelle aree confinanti: ci aspettano altri due giorni con il fiato sospeso per capire se qui la grande ondata dell’epidemia è passata e quando arriverà nel resto della Lombardia”.

La gente comune, preoccupata per il rischio di contagio, si chiede se il picco sia già stato raggiunto o se l’apice dell’epidemia non sia ancora arrivata. 79 i morti finora registrati nel nostro Paese. A tal proposito, Paglia ha detto: “Nessuna amarezza, la coscienza è a posto. La verità è che a Codogno, grazie a una straordinaria e anonima dottoressa con qualità cliniche di altissimo livello, l’Italia ha scoperto l’epidemia. Ha avuto il tempo per reagire e può tentare di limitarne le conseguenze. L’inchiesta così potrebbe perfino farci scoprire cose interessanti”.

Intervistato da La Repubblica, viene chiesto al primario per quale motivo l’ospedale di Codogno si è rivelato focolaio del Covid-19. A sua detta, nel Lodigiano, “il Coronavirus, senza poter essere individuato, girava almeno da gennaio. A fine dicembre, anticipando il piano di sovraffollamento invernale, avevo aumentato a 18 i letti dell’osservazione breve intensiva”. Quindi ha dichiarato: “I medici di base registravano un boom di polmoniti: ci siamo preparati senza aspettare i finanziamenti”. Sull’elevato numero di medici e infermieri contagiati, ha spiegato: “Dopo il primo caso, per tre giorni siamo rimasti senza tamponi. Pur di circoscrivere il focolaio dentro l’attuale zona rossa, sono stati fatti a tappeto. I laboratori del Sacco di Milano e del San Matteo di Pavia si sono intasati. Chi lavora negli ospedali, ha dato la precedenza ai pazienti. L’equivoco è confondere la generosità per un errore”.

Settimana decisiva

La priorità resta “quella del primo giorno”, ovvero “rallentare il contagio per salvare Milano, le grandi città della Lombardia e il resto del Nord Italia”. Poi ha rassicurato: “Non sono preoccupato e le persone non devono allarmarsi. L’importante è capire che il sacrificio fatto dentro la zona rossa e lungo la cintura sanitaria creata attorno a Milano, ha un senso e può accelerare la ripresa della salute e di una vita normale. I miei colleghi in Lombardia lo sanno e già stanno facendo ciò che serve”. E ancora: “Dobbiamo tenere duro ancora un paio di giorni. Tra giovedì 5 e venerdì 6 febbraio nella zona rossa scadono le due settimane di quarantena. È un termine cruciale per capire il comportamento del Coronavirus. Faremo i conti e analizzeremo la tendenza. Anche Milano e l’Italia sapranno qualcosa di più su quanto ci aspetta”.

C’è bisogno di tempo “per organizzarsi”. E c’è bisogno “di personale e di apparecchiature”. Ma soprattutto, ha aggiunto Paglia, serve “completare la riorganizzazione di strutture e reparti, per non intasare le terapie intensive. I colpiti da Covid-19 non devono entrare a contatto con gli altri pazienti. Se il piano non funzionerà si profilano misure forti per tutto il Settentrione”.

Lui e i suoi colleghi “fino alle 17 di ogni giorno” non sanno “chi potrà lavorare il giorno dopo, chi finirà in quarantena, chi ricoverato. Forse all’esterno sfugge l’eccezionalità della situazione. Per ora, grazie ai sostituti, meglio concentrare le forze a Lodi”. Il primario non si sbilancia ulteriormente e non fa previsioni. Quindi ha ribadito: “Dobbiamo assolutamente rallentare il contagio e continuare a riorganizzarci per aumentare gli spazi riservati, a vari livelli, al Covid-19. La fase più assurda forse è passata, ma davanti potremmo misurarci con quella più drammatica. Lavorando con la testa però dimostreremo che la scienza guarisce”.

Nata a Varese, classe 1996, è laureata in Comunicazione. Collabora con Notizie.it.


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Asia Angaroni

Nata a Varese, classe 1996, è laureata in Comunicazione. Collabora con Notizie.it.

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