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L’opinione di Alessio Lasta

Coronavirus, smettiamola di dire #Andràtuttobene

Se anche i numeri finali si fermassero a quelli odierni, non sarebbe comunque andata bene. La mia esperienza negli ospedali ddi Bergamo, la zona più colpita dal Coronavirus.

Terapia intensiva Cremona
Terapia intensiva CremonaTerapia intensiva Cremona

Dobbiamo avere il coraggio di dircelo, per non finire anche noi tra i soffici guanciali di chi attenua, smussa, smeriglia, alliscia e così dorme sonni tranquilli, quando tranquilli non sono. Contro Covid-19 non pesano solo il ritardo nella presa di coscienza della sua mostruosità, i giorni e le settimane preziose di vantaggio che gli abbiamo regalato.

No. Pesa, e non poco, anche il fatto che lui non sia, in qualche maniera, visibile ai nostri occhi. Misurabile. Direi perfino tangibile.

Non c’è devastazione di case e paesaggio, come per le macerie di un terremoto. Eppure è un terremoto de l’Aquila al giorno, con l’asticella dei morti ben sopra i 300 ogni ventiquattro ore o giù di lì.

Non è una sciagura aerea, con la carlinga in fiamme e la fusoliera tagliata in due.

Eppure il numero dei morti è ormai più di dieci volte superiore a quello dei passeggeri di un normale low cost.

Non è un’attentato terroristico, con le torri che crollano, i corpi che si gettano nel vuoto pur di non finire soffocati dal fumo. Eppure siamo arrivati a 2.503 morti e supereremo, purtroppo, anche quelli delle Twin Towers.

Eccolo il vantaggio enorme del virus sulle nostre vite. Non ha un volto, non ha una forma.

C’è ma non c’è.

Questa sua volatilità ci fotte in partenza. L’essere umano ha bisogno, per natura, di vedere, toccare, misurare. In una parola: di fare esperienza. E se questa esperienza non c’è, perché il nemico è silenzioso e invisibile, allora anche la presa di coscienza arriva dopo. Spesso troppo tardi.

Siamo in quarantena da quasi una settimana ormai, una cosa innaturale, che si è presa in fondo anche un po’ di quello che siamo, ovvero bisognosi di stringerci, baciarci, abbracciarci, toccarci, sentirci.

Ci è stata tolta la relazione, quella capacità di entrare dentro la storia di chi ci sta a fianco, condividendola, scambiandoci l’io e il tu. Ci è stata tolta per il nostro bene. Pensate un po’ che paradosso: ci fanno del male, per farci del bene.

Lì fuori però è anche peggio, rispetto a dentro, alle ridotte delle nostre case, agli spazi che è difficile condividere per così tanto, in modo continuativo e così a lungo.

Fuori c’è il nemico invisibile, quello che ci precede perché noi non lo abbiamo riconosciuto. E non lo riconosciamo. Quello che ci fa paura e ci spinge a cantare sui balconi, a esporre il tricolore, a inventare flash mob. Non importa quanto riusciti. Quel che conta è sentirsi parte, condividere con qualcuno per diluire il dolore, l’angoscia, l’apprensione.

“Cantando il duol si disacerba”, avrebbe detto Petrarca. Oggi invece noi, molto più prosaici, lo diciamo con un hashtag: #andratuttobene.

Se ci serve per fare un respiro bello lungo e prendere congedo, anche solo per un attimo, da quel senso di angoscia e tempo sospeso, ci può anche stare. A patto però che non si esorcizzi la paura più di quanto non si combatta il virus, stando per esempio a casa. Cosa che ancora non è entrata nelle zucche di tutti gli italiani.

Sin dall’inizio, quando ho scelto la rotaia del racconto da dentro, perché da lontano in genere si vede male, ho deciso di non avere verecondia dell’immagine, né timore della parola. Piuttosto di governarle. Perché il giornalismo non è una seduta di psicanalisi e se ti devo dire che la situazione degli ospedali, delle terapie intensive, dei pronto soccorso è al collasso, quantomeno in Lombardia, non posso non dirtelo se è così.

Posso trovare una forma, semmai. È solo vedendo, dando un corpo all’invisibile che ci sta fregando tutti, che possiamo pensare di avere, forse, un’arma in più per sconfiggerlo. Torno da un reportage per “Piazzapulita” in provincia di Bergamo, la zona più colpita. (leggi qui il precedente reportage di Alessio Lasta)

Ci sono medici e infermieri che stanno facendo di tutto, con un’abnegazione straordinaria, se non fosse anche, come è, vera e propria vocazione. Ho visto quarantenni in crisi respiratoria portati d’urgenza in terapia intensiva, intubati. Omoni dai corpi atletici, che non respirano più. Non solo vecchi, mi capite?

Ho assistito alla corsa disperata alla ricerca di una bombola d’ossigeno per salvare un paziente. Ho visto medici piangere per non essere riusciti a salvare una vita che era nelle loro mani. Purtroppo non solo nelle loro, evidentemente. Ecco perché già adesso, nei fatti, non va tutto bene.

Ecco perché, se anche i numeri finali si fermassero a quelli odierni, ovvero 2.989 persone contagiate in più rispetto a ieri (lunedì 16 marzo, ndr), per un totale complessivo di 26.062 positivi, di cui 2.060 ricoverati in terapia intensiva e 2.503 morti dall’inizio dell’epidemia, non sarebbe comunque andata bene.

Come tutte le epidemie la sconfiggeremo, non v’è dubbio. Ma ora allentare le maglie delle restrizioni – in un popolo che per dna vi è allergico – e abbandonandosi al placebo dell’ #andràtuttobene sarebbe un errore gravissimo. Che anticipa la Pasqua prima ancora della Quaresima.

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