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L’opinione di Antonio Sanfrancesco

Coronavirus: ci siamo accorti solo ora che i medici sono eroi

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C'è voluta un'emergenza sanitaria mondiale come il coronavirus per accorgersi che i medici sono eroi. Sarà importante ricordarselo anche dopo.

I medici "eroi" oltre l'emergenza coronavirus
Ci siamo accorti con l'emergenza coronavirus che in medici sono eroi. Non dimentichiamolo quando l'emergenza sarà finita.

Toh, noi italiani ci siamo accorti che i medici e gli infermieri sono eroi. Adesso. Rilanciamo le loro foto sui social con i lividi provocati dalle mascherine. Organizziamo collette per comprare guanti e mascherine protettive. Usciamo sul balcone per applaudirli.

Tutto giusto. Anzi, sacrosanto. La battaglia contro il coronavirus la stanno combattendo loro in prima persona: sono i più esposti al contagio e quando finiscono di lavorare (cioè mai) non possono neanche tornare a casa per riabbracciare i propri figli per non contagiarli. Eppure c’è qualcosa che non va.

«Sventurato quel popolo che ha bisogno di eroi» diceva Bertolt Brecht. Ecco, appunto. Noi divoriamo eroi come un goloso i barattoli di Nutella.

Succede un terremoto ed esaltiamo (giustamente) la Protezione Civile. Arriva una calamità ed esaltiamo (giustamente) i volontari impegnati nei soccorsi. Crolla il ponte di Genova ed esaltiamo (giustamente) i Vigili del fuoco. E prima e dopo queste sciagure?

Oltre il coronavirus: le condizioni dei medici “eroi”

I medici li trasciniamo in tribunale, gli infermieri li aggrediamo negli ospedali e nei Pronto soccorso. Tre episodi di violenza al giorno contro medici e infermieri, 1.200 casi denunciati di cui 456 in Pronto soccorso, 400 in corsia e 320 negli ambulatori.

Questo il bollettino dell’Inail nell’ultimo report 2018. Mentre secondo i dati di uno studio fatto dalla Fnomceo (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri) un medico su due ha subito aggressioni.

Gli stessi dati sono emersi dall’indagine condotta dal sindacato Nursing Up: 27mila iscritti ai quali è stato somministrato online un questionario sulla sicurezza sul posto di lavoro secondo i criteri stabiliti da Onu e Oms. Risultato: violenza fisica per un infermiere su dieci e minacce con tanto di pistola per il 4%.

Alle domande, tradotte in italiano, hanno risposto 1.010 iscritti, per il 79% donne. La violenza fisica in quasi tutti i casi (105 su 113) si è verificata nel reparto o nella struttura di riferimento. Nella maggior parte dei casi (77) a opera del paziente o di suoi parenti (26). Un terzo di quanti hanno subito violenza fisica ha subìto anche lesioni con richiesta di cure mediche.

Circa la metà del campione (473 infermieri) ha affermato di aver subito aggressioni verbali: in circa un terzo dei casi dai pazienti e in un altro terzo dai parenti dei pazienti, con la quasi totalità degli episodi avvenuta all’interno del reparto o della struttura di riferimento.

Eppure quasi la metà (48%) lamenta che non sono previste modalità di segnalazione della violenza nei luoghi di lavoro, mentre il 74% dice che non esistono incentivazioni a segnalare atti di violenza sul luogo di lavoro.

Sulla scia di questi casi, dopo l’approvazione in Senato, alla Camera è in discussione una proposta di legge (proposta l’anno scorso dall’ex ministro della Salute Giulia Grillo) per istituire un Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie, inasprire le pene per gli aggressori e venire incontro alle richieste dei medici che chiedono la procedibilità d’ufficio per questi reati.

Dal 15 gennaio scorso, inoltre, dopo un’escalation di violenze e intimidazioni, sono state attivate le prime telecamere sulle ambulanze in servizio nel territorio di Napoli. Una richiesta, ha spiegato il ministro dell’Interno Lamorgese, arrivata «il 16 dicembre scorso in sede di Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica mentre è prevista la realizzazione da parte dei presidi ospedalieri di sistemi di videosorveglianza collegati con le centrali delle Forze di Polizia». Per ora l’introduzione delle telecamere riguarderà solo l’area di Napoli, ma potrebbe essere estesa al resto del Paese.

Stessa musica per i medici. Il report dell’Associazione chirurghi ospedalieri italiani (Acoi) dell’anno scorso ricorda che in Italia ogni anno si aprono 35.600 nuove azioni legali contro i medici, mentre ne giacciono 300mila nei tribunali contro camici bianchi e strutture sanitarie pubbliche. Tutte cause che nella maggior parte dei casi si traducono in un nulla di fatto, considerando che il 95% nel penale e il 70% nel civile si concludono con il proscioglimento.

Il ricorso alla medicina difensiva

Tutto questo spinge i medici, per evitare denunce, alla “medicina difensiva”. Per medicina difensiva si intende, spiega l’Acoi nel suo report, «il totale delle prestazioni sanitarie che hanno, prima ancora che curare, lo scopo di attenuare il rischio di subire una causa». I costi per lo Stato? Ingenti. «1 miliardo di euro al mese, 1.543 euro a persona l’anno, — scrive l’Acoi —per l’esattezza 11,87 miliardi soltanto nel 2018. Un costo di un fenomeno che ha un trend in crescita e che è la diretta conseguenza dell’aggressività del contenzioso medico legale nel nostro Paese».

Un buco nero evidenziato anche dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori sanitari del 2013: «Tenendo conto dell’incidenza sulle risorse dello Stato, può dirsi che la medicina difensiva pesa sulla spesa sanitaria pubblica per 0,75 punti di Pil, ossia per oltre 10 miliardi di euro, importo pari a poco meno di quanto investito in ricerca e sviluppo nel nostro Paese, e quasi pari alla quota dello Stato per l’anno 2012 dell’imposta municipale unificata».

Quanti posti di rianimazione e terapia intensiva si creano con 10 miliardi di euro? Quanti respiratori, quante mascherine, quanti guanti si comprano?

«Quando tutto ciò sarà finito saremo profondamente cambiati» ha scritto Massimo Fini sul Fatto Quotidiano qualche giorno fa. Speriamo. Perché a fronte di alcuni che sbagliano e si sottraggono alle responsabilità, la stragrande maggioranza dei medici e degli infermieri italiani ogni giorno fa il proprio dovere con abnegazione e spirito di sacrificio. Quelli che vediamo in trincea oggi a combattere contro il coronavirus non sono extraterrestri arrivati da Marte e non sono diventati eroi dalla sera alla mattina. Sarà importante ricordarselo, dopo.

Salentino, classe 1984, vive a Milano dove si è laureato in Lettere Moderne all’Università Cattolica. È giornalista di Famiglia Cristiana dal 2009. Si occupa di cronaca, temi religiosi, gioco d'azzardo e spiritualità. Ogni tanto si concede qualche incursione nel costume e lifestyle. Nel 2018 ha vinto il Premio giornalistico "Carlo Azeglio Ciampi" per il reportage La speranza oltre il gelo, il racconto delle nuove rotte dei migranti al confine fra Italia e Francia.


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Salentino, classe 1984, vive a Milano dove si è laureato in Lettere Moderne all’Università Cattolica. È giornalista di Famiglia Cristiana dal 2009. Si occupa di cronaca, temi religiosi, gioco d'azzardo e spiritualità. Ogni tanto si concede qualche incursione nel costume e lifestyle. Nel 2018 ha vinto il Premio giornalistico "Carlo Azeglio Ciampi" per il reportage La speranza oltre il gelo, il racconto delle nuove rotte dei migranti al confine fra Italia e Francia.

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