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Coronavirus, due terzi degli italiani al lavoro nonostante il lockdown

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Nonostante le misure di restrizione anti coronavirus imposte dal governo, gli ultimi dati mostrano come due italiani su tre continuino a lavorare.

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Stando agli scenari predetti da molti avremmo dovuto aspettarci una serrata quasi totale delle attività commerciali e lavorative, ma la realtà è che nonostante le restrizioni imposte dal governo per contenere il diffondersi del coronavirus circa i due terzi degli italiani sta continuando il proprio lavoro. Tra chi si reca direttamente sul posto e chi invece prosegue in regime di smart working, almeno due italiani su tre non avrebbero infatti interrotto la propria routine lavorativa, ma vediamo più nel dettaglio i dati raccolti dall’Istat in queste ultime settimane.

Coronavirus al lavoro due italiani su tre

Osservando i dati Istat raccolti subito dopo l’entrata in vigore del decreto, era possibile notare come circa metà delle aziende italiane avrebbe dovuto temporaneamente chiudere, ma la realtà emersa in questi ultimi giorni è che soltanto un terzo delle suddette aziende è invece stato effettivamente chiuso. Sono molte infatti le imprese su tutto il territorio nazionale che hanno chiesto speciali deroghe per poter continuare la produzione, autodichiarandosi essenziali per l’economia e potendo così proseguire la produzione.

Secondo lo stesso provvedimento del governo infatti, qualunque azienda può autodichiararsi essenziale e continuare a lavorare anche se il proprio codice ATECO non rientra tra quelli menzionati dal decreto sullo stop alle attività produttive. Per poterlo fare basta inviare alla prefettura di riferimento una lettera che non necessita di risposta, tanto che secondo i sindacati della Uil e della Cgil nelle ultime due settimane sono state circa 70mila in tutta Italia le richieste inviate alle prefetture per poter mantenere attive le produzioni.

Secondo l’Istat dunque, attualmente gli italiani che si recano ancora al lavoro sono 15,5 milioni. Un calcolo che tuttavia comprende non solo chi lavora nelle fabbriche, ma anche chi svolge le proprie mansioni negli uffici pubblici, in smart working o chi effettua consegne a domicilio per gli esercizi attivi nel settore della ristorazione.

Boom di richieste di deroga

Una situazione che diventa particolarmente pervasiva in province fortemente industrializzate come quelle di Bergamo e Brescia, che sono anche i principali epicentri del coronavirus in Italia.

Nel bresciano infatti le richieste di apertura delle aziende in deroga raggiungono la cifra di 4.800, ma secondo i sindacati di queste circa il 70% non avrebbe i requisiti necessari per poter continuare a restare aperte. Nella vicina provincia di Bergamo le richieste di deroga sono invece ferme a 1.900, ma restano comunque troppe per poter essere tutte esaminate dalle prefetture che spesso lasciano operare le aziende il regime di silenzio assenso.

Complessivamente, circa il 67% delle richieste di deroga arriva dalle regioni di Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte, ma anche nel Sud Italia sono molte le aziende che si autodichiarano essenziali per poter proseguire la produzione. Un esempio tra tanto sono le attività di manutenzione della portaerei della Marina Militare Cavour a Taranto, rimaste attive fino alla fine di marzo.

Nato a Milano, classe 1993, è laureato in "Nuove Tecnologie dell’Arte" all’Accademia di Belle Arti di Brera. Prima di collaborare con Notizie.it ha scritto per Il Giornale.


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Jacopo Bongini

Nato a Milano, classe 1993, è laureato in "Nuove Tecnologie dell’Arte" all’Accademia di Belle Arti di Brera. Prima di collaborare con Notizie.it ha scritto per Il Giornale.

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