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L’opinione di Fabrizio Boschi

Tagli alla Sanità, scomparsi 339mila posti letto in 36 anni: ogni partito ha le sue colpe

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Dal 1981 a oggi i politici di qualsiasi schieramento hanno tagliato quasi 2/3 dei posti letto negli ospedali italiani.

coronavirus ospedali interventi

C’è un meme amaramente divertente che gira sui social in questi giorni: “Avete dato un milione al mese ai calciatori e 1300 a medici e ricercatori. Ora fatevi curare da Ronaldo”. L’ultima fake news che gira è che noi italiani siamo fortunati rispetto ad altri Paesi, tipo gli Usa, perché da noi “la sanità è gratis”.

Gratis? Lo Stato inghiotte il 70% di tasse sul reddito, ma poi la Protezione civile la dobbiamo finanziare noi.

Con quello che paghiamo per la sanità pubblica (sempre di più, ma sempre solo noi minoranza che lavora) dovremmo avere le ambulanze della Ferrari. Buttano al vento 531 miliardi di tasse (sempre in costante crescita rispetto all’anno precedente), regalano 10 miliardi per pagare chi non lavora e poi gli ospedali non hanno nemmeno le mascherine di carta.

Ma scommetto che dopo questo disastro dello Stato italiano la ricetta condivisa da tutti sarà: bisogna dare più soldi allo Stato italiano.

È intollerabile, stucchevole e irritante, ascoltare in questi lunghi giorni di quarantena, tanti sapientoni o politiconi che discettano ricette su come risolvere i problemi del nostro sistema sanitario, proprio loro che hanno contribuito a distruggerlo. Cioè tutte le forze politiche di ieri e di oggi che hanno governato questo Paese negli ultimi 40 anni.

Sinistra, centro, destra: tutti.

Il Centro Studi Nebo riporta dati incontrovertibili sulla situazione che stiamo vivendo oggi.

Nel 1981 i posti letto negli ospedali erano 530mila. Al governo c’è il pentapartito: Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli. Abbiamo presidenti del Consiglio cattolici e laici: da Goria a Craxi, da Andreotti a Spadolini. È il decennio che chiude la Prima Repubblica, il decennio della Grande Mangiatoia dello Stato. E dal 1981 al 1992 i posti letto scendono, come per magia, a 365mila.

Scattano le grandi riforme della sanità, datate ’92, ’93 e ’99, e si entra nella Seconda Repubblica. Ma anche qui governano tutti: da Amato a Ciampi, da Berlusconi a Prodi fino a D’Alema. Le aziende sanitarie diventano oltre 200 con quasi 1.500 strutture diverse, ognuna delle quali si muove su binari e clientele diverse. Un caos indicibile.

In vent’anni, dal 1992 al 2010, i posti letto calano ancora, fino a 245mila.

Nel 2010 Berlusconi e Tremonti bloccano la spesa per il personale, ma da qui in poi non si può più dare la colpa al Cavaliere.

Dal 2012 iniziano i tagli di Monti: via il 5% della spesa sanitaria e di colpo spariscono oltre settemila posti letto. Poi la palla passa a Letta e quindi a Renzi, che nel 2015 chiede 4 miliardi alle Regioni per lo Stato, soldi che le Regioni non hanno e trovano solo rinunciando a due miliardi di trasferimenti promessi da Renzi stesso. Per cosa? Per la sanità.

Così nel 2017, ultimo dato disponibile, i posti letto negli ospedali toccano i 191mila, quasi un terzo rispetto al numero del 1981 in un Paese che nel frattempo è diventato essenzialmente di vecchi perché la medicina ha fatto passi avanti e per cui si campa di più. Follia pura. Di più: letale, come stiamo vedendo in questo periodo. Tanto per fare un esempio, nel 1998 c’erano 5,8 posti letto ogni mille abitanti, nel 2017 sono 3,7.

Nel 2018, il governo Conte-Salvini vara la famigerata quota 100 per i pensionamenti. Per la sanità è un’altra botta, che si aggiunge alla devastante legge Fornero: entro il 2023, fra medici e dirigenti, ne andranno via 70mila su 100mila.

L’esempio toscano. In Toscana negli ultimi 10 anni si sono chiusi 5 ospedali e ci viene detto che ne sono stati riaperti altrettanti. Peccato nessuno aggiunga che il saldo dei posti letto è negativo: sono 450 in meno. E meno male che il governatore Enrico Rossi, in carica esattamente da 10 anni, è stato prima di presidente per altri 10 anche assessore alla Salute. Sì, la sua. Una vita intera stipendiato dalla politica servita unicamente per frantumare il sistema sanitario regionale.

Alla distruzione del nostro sistema sanitario nazionale, invece, ci hanno pensato tutti gli altri. E oggi ci lamentiamo se, a causa di una emergenza, per carità mai vissuta prima, mancano strutture, letti, materiali, attrezzature, nonché medici, infermieri, gli unici innocenti di questa strage provocata dai politici. Che oggi piangono lacrime di coccodrillo e fanno finta di niente, impastati nella loro stucchevole retorica buonista. Anche il professore di diritto civile, l’avvocato del popolo, Giuseppe Conte, mai eletto da alcuno, è diventato un professionista di questo.

A tal proposito, mi viene in mente un caro amico, un decano del giornalismo, dal quale ho imparato molto di quello che so su questo assurdo mestiere e che è stato il mio capo quando ero a Firenze, Luciano Olivari, che sui social ama decantare il XX canto dell’Inferno. In tv siamo invasi da politici della prima ora esperti di tutto, da virologi sapientoni che poi puntualmente vengono smentiti dai fatti. Di gente che ci vuole raccontare un futuro che in verità oggi nessuno conosce. Il XX canto è quello dei fraudolenti, degli ingannatori. Qui Dante e Virgilio incontrano gli indovini, i maghi. La loro condanna è quella di camminare in un incedere lento ed eterno, con la testa rigirata all’indietro, piangendo lacrime incessanti, che scendono giù lungo le loro schiene. Camminano all’indietro come penitenza per il fatto che, al contrario, in vita hanno voluto guardare troppo avanti, tirando a indovinare. “La storia è con noi e vediamo alla fine che piega prenderà”, dice Conte che cita Churchill.

Se questo girone dell’Inferno esiste davvero, solo con i nostri politici dovrà mettere un cartello fuori dalla porta con scritto: “Sold out”.

Fabrizio Boschi, classe 1974, originario di Fucecchio (Firenze), è laureato in Relazioni internazionali alla facoltà di Scienze Politiche "Cesare Alfieri" di Firenze. Dopo qualche esperienza all'estero nelle organizzazioni internazionali (Osce, Croce Rossa Internazionale), intraprende la carriera giornalistica. Professionista dal 2008, dal 2002 al 2006 scrive per il "Cittadino Oggi" di Siena. Dal 2006 al 2010 lavora al "Giornale della Toscana", come inviato di cronaca nera e sanità. Nel 2010 assume l'incarico di capo ufficio stampa del Comune di Castiglione della Pescaia (Grosseto). Nel 2011 lavora a Roma come assistente parlamentare. In quel periodo collabora anche per l'emittente toscana "Italia 7". Dal 2012 vive a Milano e scrive per la redazione politica de "Il Giornale". Oggi collabora per diversi siti e testate. Ha scritto tre libri, l'ultimo uscito nel 2014 sulla scalata politica di Matteo Renzi: "La grande illusione" (Amon edizioni).


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romano
10 Aprile 2020 12:05

Parole sante, però ai nostri politici non importa niente perché sanno che noi popolino siamo ignoranti e impotenti, a meno che……


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Fabrizio Boschi

Fabrizio Boschi, classe 1974, originario di Fucecchio (Firenze), è laureato in Relazioni internazionali alla facoltà di Scienze Politiche "Cesare Alfieri" di Firenze. Dopo qualche esperienza all'estero nelle organizzazioni internazionali (Osce, Croce Rossa Internazionale), intraprende la carriera giornalistica. Professionista dal 2008, dal 2002 al 2006 scrive per il "Cittadino Oggi" di Siena. Dal 2006 al 2010 lavora al "Giornale della Toscana", come inviato di cronaca nera e sanità. Nel 2010 assume l'incarico di capo ufficio stampa del Comune di Castiglione della Pescaia (Grosseto). Nel 2011 lavora a Roma come assistente parlamentare. In quel periodo collabora anche per l'emittente toscana "Italia 7". Dal 2012 vive a Milano e scrive per la redazione politica de "Il Giornale". Oggi collabora per diversi siti e testate. Ha scritto tre libri, l'ultimo uscito nel 2014 sulla scalata politica di Matteo Renzi: "La grande illusione" (Amon edizioni).

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