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Coronavirus, i fuorisede calabresi vogliono tornare a casa

I fuorisede calabresi bloccati dal coronavirus lontano da casa chiedono di poter tornare nei loro luoghi d'origine.

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Il coronavirus ha modificato la vita di tutti e, malgrado sia stati molti gli studenti e i lavoratori fuorisede che appena appreso della chiusura dell’Italia si sono ammassati sui treni che li avrebbero ricondotti nella loro terra natale, ce ne sono tanti altri che hanno deciso responsabilmente di restare nelle regione dove solitamente studiano o lavorano.

Da allora non hanno più avuto modo di tornare a casa e negli ultimi giorni sono molti i fuorisede calabresi che chiedono di poterlo fare. Il lockdown ha sospeso le loro universitarie oppure gli ha imposto lo smart working o peggio la disoccupazione, molti non hanno più la possibilità di mantenersi economicamente, ma sono costretti a rimanere lontani da casa e sostenere spesso delle spese che altrimenti avrebbero potuto evitare.

I fuorisede calabresi vogliono tornare a casa

Le storie dei ragazzi calabresi fuorisede che chiedono di tornare a casa sono tante e diverse.

C’è chi come Maria Laura Spizzirri, studentessa a Milano, ha raccontato a Il Vibonese di “aver compreso fin da subito l’eventuale difficoltà che il sistema sanitario calabrese avrebbe riscontrato nel caso in cui l’epidemia si fosse manifestata nello stesso modo in cui è successo al Nord. Siamo stati visti come eroi, ma come in ogni favola che si rispetti le azioni dell’eroe vengono elogiate e dimenticate. Ci sentiamo dimenticati dallo Stato poiché pensa a tutti fuorché alla situazione economica, sociale e psicologica dei propri studenti/lavoratori in un contesto non normale e da una Regione che pur sollecitata più volte si rifiuta di rispondere e di tendere una mano a quei ragazzi e a quei genitori che la mano alla propria terra non l’hanno mai negata”.

Già i genitori, tutti molto preoccupati per quei figli sparsi per l’Italia e per il mondo, partiti in cerca di fortuna e che ora vorrebbero tanto riabbracciare. Molti di loro si sono mobilitati, come la signora Betty De Paolo, dipendente regionale con due figli a Bologna, uno dei quali descritto come “spesso di salute cagionevole”. La donna ha chiesto al presidente della Regione Calabria Jole Santelli “di non dimenticarsi dei nostri figli, di queste persone che rispettano le norme e di non disporre la chiusura per il rientro di questi ragazzi ma anzi di disporre una corsia preferenziale, con tutte le opportune tutele che la situazione generale richiede, per il rientro presso la loro sede di residenza”.

Il diritto di tornare a casa propria

É stata lanciata anche un petizione online promossa dal docente cosentino e genitore di ragazzi al Nord Antonio Iaconianni che reca il titolo Il diritto di tornare a casa propria e che in poche ore ha superato le 1000 adesioni. In questa si chiede che “vengano disposte misure urgenti ed indifferibili per consentire il rientro immediato a casa di tutti gli studenti e di tutti i lavoratori, realizzando dei corridoi di sicurezza, con tutte le misure che le attuali norme prevedono, a salvaguardia della tutela di tutti. La richiesta ha carattere di urgenza ed indifferibilità in quanto la tenuta psicologia di questi ragazzi inizia a dare segnali di preoccupazione anche a causa di vere emergenze economiche”.

Anche alcuni esponenti politici della Regione Calabria si stanno impegnando per permettere ai molti fuorisede di tornare a casa. Tra questi il gruppo regionale del Pd guidato da Mimmo Bevacqua ha proposto di predisporre dei treni dedicati ai calabresi al Nord e la loro quarantena obbligatoria, ma anche il senatore di Italia Viva Ernesto Magorno, e vari esponenti di Rifondazione comunista per arrivare al leader del movimento Diritti Civili, Franco Corbelli.

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