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Coronavirus, in Lombardia più morti per l’inquinamento: la ricerca

Una nuova ricerca sul coronavirus evidenzia una correlazione tra i morti in Lombardia e l'alto tasso di inquinamento della regione.

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Coronavirus, in Lombardia più morti a causa dell'inquinamento.

Più morti da coronavirus in Lombardia? Colpa dell’inquinamento. A dirlo è una nuova ricerca sulle cause della pandemia mondiale, condotta da Antonio Frontera, ricercatore del San Raffaele. Il gruppo di ricerca, dunque, rilancia l’ipotesi della relazione tra coronavirus e inquinamento dell’aria in una comunicazione alla rivista scientifica “Journal of Infections”.

La letteratura scientifica sostiene, da tempo, che vi sia un forte legame tra patologie respiratorie di origine virale e inquinamento atmosferico. Polveri sottili, e non solo, influiscono sulle vie respiratorie e aggravano la suscettibilità e la gravità delle infezioni da virus respiratori. Ciò porta a un’infiammazione progressiva e cronica delle vie respiratorie che, in caso di esposizione prolungata all’aria inquinata, può portare a gravi malattie respiratorie da infezioni virali.

Coronavirus, in Lombardia più morti per l’inquinamento

Per Antonio Frontera, dunque, l’elevata mortalità delle aree del nord Italia può essere legata all’elevato inquinamento e al suo ristagno a causa delle condizioni climatiche e topografiche della regione.

In un’intervista concessa a Fanpage, Frontera evidenzia che, come riportato nella research letter: “In Pianura Padana vi è una sorta di cappa in quanto, essendo circondata da tutto l’arco alpino e dall’Appenino ligure, si forma una specie di conca, e questo impedisce il ricircolo corretto di aria”. Per questo è stata coinvolta l’Università di Bordeaux, dove c’è un climatologo italiano, il dott. Giovanni Sgubin: “Ha fatto notare alcuni studi di climatologia.

Senza entrare nel dettaglio, ha messo in risalto alcuni aspetti che sapevamo già dagli anni ’70, cioè che nella Pianura Padana l’aria ristagna e c’è un fenomeno chiamato fenomeno dell’inversione termica”.

La ricerca di Antonio Frontera è nata da un’intuizione personale: “Ho notato questa correlazione dopo che in Lombardia si è verificato il primo focolaio, a Codogno, che poi si è esteso a Cremona, Bergamo e Brescia, e mi è bastato Google per sapere quali sono le città italiane con i più alti livelli di inquinamento, a partire da Lodi, Monza, Cremona, Brescia, Bergamo e via dicendo. Ho riscontrato una corrispondenza tra i focolai e le città più inquinate d’Italia e così ho approfondito una ricerca sulla letteratura scientifica, trovando in Cina, dove il problema del PM 2,5 è massivo, un’importante produzione di articoli scientifici sulla relazione tra inquinamento e diffusione di virus”.

L’inquinamento in Lombardia

In Europa, zone simili alla Cina, si trovano soprattutto in Pianura Padana: “Qui – continua Frontera – si raggiungono concentrazioni di particolato e biossido di azoto simili a quelle registrate nei mesi scorsi in Cina. Guarda caso dove oggi, al momento, si registra la più alta mortalità. Nella Pianura Padana, in particolare, per le caratteristiche orografiche del territorio, si creano una serie di eventi atmosferici, tra cui il fenomeno dell’inversione termica che permette questo ristagno dell’aria”.

Antonio Frontera, con il suo gruppo di ricerca, evidenzia come, comunque, questo comporti una carica virale: “Molto bassa, per cui non credo che questo possa infettare così tante persone, ma nel caso di un soggetto con un’alta carica virale, questo potrebbe addirittura infettare una persona che è a 5 o 6 metri di distanza. Questo potrebbe magari spiegare l’elevata diffusione del virus in alcune regioni, come la Lombardia. Ma si tratta di dati preliminari che devono essere ancora validati da un punto di vista scientifico”.

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