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Coronavirus, per i ristoranti solo cibo d’asporto durante la fase 2

Coronavirus, durante la fase 2 come cambierà la vita dei ristoranti? Sarà possibile solo consegnare cibo d'asporto.

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Coronavirus fase 2 e ristoranti: ok solo per vendita d'asporto

Durante la fase 2 del coronavirus i ristoranti potranno vendere solo cibo d’asporto. È questa l’idea del Governo Conte che, così, consentirebbe la ripresa delle attività di ristorazione e impedirebbe, allo stesso tempo, il problema relativo al distanziamento sociale all’interno di questi luoghi chiusi.

Ma è anche vero che per molti cambierà ben poco. Per esempio, nella città di Milano i ristoranti hanno continuato la vendita di cibo d’asporto anche durante la piena emergenza da coronavirus facendo affidamento su servizi terzi (quali Glovo, Deliveroo o Just Eat) per le consegne a domicilio. E nei prossimi giorni molte Regioni consentiranno nuovamente la vendita d’asporto ai propri ristoratori, sebbene ciò ne consegue un punto a sfavore per un’altra faccia della medaglia: i camerieri.

Senza servizi ai tavoli, infatti, questi saranno mandati a casa dal proprio datore di lavoro.

Coronavirus, fase 2 e ristoranti: le regole

In merito alla questione ristoranti durante la fase 2 da coronavirus, arrivano le proposte di Federcuochi, associazione di categoria.

Anzitutto, la riapertura (ovvero il via alla fase 2 da parte del Governo Conte) dovrà essere comunicata in tempi utili e con norme sulla sicurezza sanitaria comuni per permettere agli imprenditori della ristorazione di adeguare le proprie strutture con strumenti volti ad eliminare il rischio contagio. Tra le proposte di Federcuochi anche: “La creazione di ristobond”.

Durante la fase 2 bisognerà consentire a tutti la riapertura, senza ulteriori proroghe, dei pubblici esercizi per la somministrazione (nel rispetto delle norme di sicurezza), l’incentivazione della ristorazione all’aperto con sospensione della tassa Osp e la concessione di maggiori spazi ai locali per l’occupazione di suolo pubblico.

Federcuochi si augura regole comuni e non differenziate per regioni terminato il lockdown, tra le quali gel disinfettanti all’ingresso di tutti i ristoranti, obbligo di mascherine (almeno Ffp1) per tutto il personale (da acquistare a prezzi agevolati e senza Iva), strutture in plexiglass poste sui tavoli in moduli a croce, cloche in materiale riciclabile per tutelare l’integrità dei piatti in arrivo dalla cucina.

A questo si aggiunge un piano di sanificazione programmata. Infine si precisa che lo strumento chiave per la riapertura in sicurezza sarà il distanziamento sociale “ma non dovrà esserci una formula generalizzata”. È suggerito “che il cliente fornisca all’ingresso del ristorante autodichiarazione che deresponsabilizzi il ristoratore”.

L’asporto salverà i ristoranti?

Ma l’asporto, durante la fase 2 da coronavirus, consentirà ai ristoratori di poter tenere in vita le proprie attività? Attualmente, le stime registrano che nelle poche città dove è stato consentito il cibo a domicilio nell’ultimo mese si sia registrato un calo delle vendite (da take-away) pari al 70%. Ciò, però, può essere stato indotto dalla paura dei clienti di acquistare cibo proveniente da terze parti. Nelle ultime settimane, grazie ai Dpi e alle misure di precauzione prese anche dagli stessi riders, le vendite sono incrementate. E alcuni ristoratori ringraziano la vendita di cibo d’asporto: “Ci sta tenendo in vita”. Ma quanto potrà durare?

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