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Coronavirus, come la Lombardia ha costretto le RSA a riaprire

Coronavirus, in Lombardia le RSA sono state costrette a riaprire per direttive impartire dalla Regione a inizio marzo.

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Coronavirus, la Regione Lombardia ha costretto le RSA a restare aperte. La conferma, adesso, arriva anche da uno stralcio di un documento, “Chiarimenti relativi all’applicazione dell’Ordinanza del Ministero della Salute di intesa con il Presidente di Regione Lombardia”, datato al 23 febbraio, due giorni dopo il primo paziente di coronavirus positivo a Codogno.

Dunque, nonostante le secche smentite da Regione Lombardia, con Attilio Fontana che continua a difendersi – “Sulle RSA la Regione ha solo competenza di controllo”, ha dichiarato di recente al Corriere della Sera -, la strage dei nonni sembrerebbe esser stata causata anche per negligenze del Pirellone. Ignorate le richieste dei sindaci e del personale sanitario delle stesse strutture delle case di riposo, infatti, la Regione Lombardia a fine febbraio avrebbe perseguito la linea del ‘rimanere aperti’.

Coronavirus, Lombardia e Rsa: il documento

Ma cosa emerge da questo documento che incastrerebbe Regione Lombardia in merito alla gestione delle Rsa? “Le case di riposo/Rsa restano aperte a visite di parenti che devono attenersi alla regola di accesso alla struttura in numero non superiore a 1 visitatore per paziente.

Anche i Centri Diurni rimarranno aperti. Con riferimento alle Unità d’offerta sociali, considerato che tali strutture sono autorizzate e eventualmente convenzionate dai singoli Comuni, si rimanda agli stessi la valutazione in merito”. Questo, dunque, quanto disposto dal Pirellone in data 23 febbraio. Nonostante un’emergenza sanitaria già in corso, sono state consentite le visite dei parenti dall’esterno. Un veicolo di contagio rivelatosi fatale.

Queste disposizioni sono rimaste valide almeno fino all’8 marzo, data in cui si è registrata la zona rossa in tutta la Regione Lombardia.

Così facendo, Regione Lombardia ha permesso, per più di due settimane dallo scoppio dell’epidemia, il contatto con persone che arrivando dall’esterno hanno potuto, da asintomatiche, diffondere il virus nelle strutture. E, soprattutto, permettendo agli anziani di incontrarsi per qualche ora nei centri diurni, per poi ritornare dalle proprie famiglie, col rischio potenziale di un contagio a catena.

Rsa costrette a riaprire

C’è chi è stato costretto a riaprire anche la propria struttura Rsa. Come racconta Il Fatto Quotidiano, infatti, la casa ospitale Aresi, a Brignano Gera D’Adda, in provincia di Bergamo, aveva deciso di sbarrare il proprio centro diurno su disposizione del direttore sanitario. “Ma l’Ats mandò una lettera a tutte le strutture – racconta Marco Ferraro, presidente della Aresi – dicendoci che potevamo anche essere accusati di interruzione di servizio pubblico, con conseguente revoca dell’accreditamento. Così siamo rimasti aperti fino alla fine della prima settimana di marzo, una disposizione tardiva… Nessuno a Milano aveva capito cosa stava per arrivare”.

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