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Coronavirus, la lettera di un figlio: "Papà morto infettato in ospedale"

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Valerio Turchetto ha contratto il coronavirus in ospedale ed è morto: suo figlio Davide ha voluto scrivere una lettera raccontando la vicenda.

Tra i migliaia di pazienti morti con coronavirus c’è anche il padre di Davide Turchetto, 46 anni, che ha voluto condividere da figlio una lunga lettera di come è avvenuto il decesso al San Giovanni Bosco di Torino.

Una cronaca che ha voluto scrivere perché in tanti si rendano conto dell’assurdità della vicenda di un uomo entrato in ospedale per altri motivi e uscito morto a causa dell’infezione.

Coronavirus: la lettera di un figlio

Nello scrivere la sua testimonianza Davide ha invitato tutti i lettori a immedesimarsi in una persona che ha bisogno di essere ricoverata “per portare a termine un percorso di cure lungo, complesso, faticoso“, come evidentemente era il padre Valerio.

Una volta giunto nella struttura ospedaliera i medici lo hanno operato e, dopo 8 ore, lo hanno spostato nel reparto di terapia intensiva per problemi respiratori.

A quel punto il personale sanitario ha avvisato i familiari di quanto successo, affermando che “l’operazione è un successo, lo intubiamo qualche ora ma lei stia tranquilla, è solo per precauzione“.

Dopo due giorni di speranze e illusioni che tutto fosse davvero andato bene giunge la notizia della positività di Valerio al coronavirus e del suo conseguente trasferimento in un reparto con gli infetti.

Da qui è iniziato un calvario condiviso in cui “nessuno vede nulla, sente nulla, non ci sono dialoghi, colloqui con i medici, nessuno ti accarezza, ti rassicura“. Anche perché l’uomo non è più riuscito a telefonare a casa e i medici non dicevano altro ai familiari se non che il paziente era agitato, non collaborava e aveva già diverse malattie pregresse.

E anche che Valerio non era più in grado di usare il telefono, che la saturazione dei suoi polmoni era calata e che lui veniva alimentato col sondino.

Fino a quando è arrivata la prima terribile notizia: “Non ci sono più speranze che riesca ad uscirne, purtroppo io temo che non superi la giornata“. Seguita dalla sua tragica conferma: “Purtroppo il papà è deceduto poco fa. Non ha sofferto, la morfina l’ha accompagnato dolcemente alla fine“.

E così Davide non ha più visto il padre dal 2 di aprile se non chiuso in una bara dopo 22 giorni. “Nessuno può confermare che quella bara lo contenga, tocca fidarsi della burocrazia. La stessa che perde le mail, quella che ci dice di non camminare in collina o al parco ma ci fa morire nei luoghi di cura“, ha concluso tristemente nella sua lettera.