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Coronavirus, fase 2: con riapertura totale 150mila malati in terapia intensiva

L'italia si appresta alla riapertura con la fase 2: un processo che nasconde il rischio di nuovi ricoveri di coronavirus in terapia intensiva.

Coronavirus
Reparto di terapia intensiva

Una parte dell’Italia deve ripartire, ma il rischio di una ricaduta è dietro l’angolo. In questa nuova fase si prospetta una convivenza con il virus e certamente si dovranno adottare delle misure straordinarie per permettere a tutti di poter continuare la propria vita in sicurezza. I principali centri metropolitani di tutta Italia si stanno già attrezzando, soprattutto in Lombardia: il territorio più colpito dalla pandemia.

Coronavirus: Italia verso la fase 2

Non si tratta di un ritorno alla normalità. Questa riapertura graduale è frutto del campanello d’allarme innescato dal comitato tecnico scientifico in attività sulla situazione Covid-19, un rapporto che giustifica le motivazioni delle scelte adoperate per la fase due. Riaprire le scuole, ad esempio, “innescherebbe una nuova e rapida crescita dell’epidemia“.

Il ritorno di alunni e studenti tra i banchi infatti “avrebbe potuto portare allo sforamento del numero di posti letto in terapia intensiva attualmente disponibili a livello nazionale”.

Per cui se in queste ore ci siamo chiesti il perché venga data la precedenza ad alcune attività rispetto che ad altre, questo documento può essere utile a fugare ogni dubbio. Gli esperti del comitato hanno pubblicato nero su bianco una tabella in cui sono evidenziati i rischi collegati alla ripartenza di ogni singola attività.

La relazione si basa sulla curva epidemiologica, i nuovi contagi e la ripresa dei legami sociali. Se tutti i comparti avessero avuto il via libera dalle istituzioni, senza telelavoro e con le scuole aperte, l’effetto avrebbe causato l’inevitabile necessità di altri 151 mila posti di terapia intensiva già a partire da giugno, provocando dunque un numero di ricoveri, a fine anno, pari a 430.866.

Coronavirus: il report sulla riapertura

In sintesi nella maggior parte degli scenari di riapertura dei soli settori professionali, quindi a scuole chiuse, è emerso che anche qualora la trasmissibilità superi la soglia epidemica, il numero atteso di terapie intensive al picco risulterebbe comunque inferiore all’attuale disponibilità di posti letto che ammonta a circa 9.000 unità.

Maggiori pericoli, invece, arriveranno dall’apertura di negozi, bar e ristoranti. Il comitato, in questo caso, associa il livello di rischio all’uso della mascherina e di altri dispositivi di protezione. Gli esercenti non ne possono più e la stragrande maggioranza degli esercizi commerciali denuncia una situazione di crisi ineluttabile.

Ma allora come si potranno riaprire i negozi non avendo la certezza della loro messa in sicurezza? Nella manovra prevista per il 18 maggio, secondo i tecnici, si prevede che se l’adozione diffusa di dispositivi di protezione individuale riducesse la trasmissibilità del 15%, gli scenari di riapertura dei settori commerciali potrebbero permettere un contenimento riuscendo a limitare la trasmissione anche nella comunità degli over 60.

Sarebbe questo, dunque, il monito del comitato su cui si è basata la volontà di riapertura graduale comunicata dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che di fatto ha prolungato il lockdown per gran parte degli italiani.

Il premier però non ha seguito tutte le indicazioni del comitato, che consigliava di mantenere il divieto di fare attività motoria solo vicino alle proprie abitazioni: nell’ultimo dpcm, invece, si prevede la riapertura dei parchi e non si è segnalata nessuna limitazione per la circolazione degli anziani.

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