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Coronavirus, morto detenuto nel carcere di San Vittore: aveva 54 anni

Un 54enne cileno detenuto nel carcere di San Vittore è morto di coronavirus a Milano. Recentemente gli erano stati negati gli arresti domiciliari.

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Paura nel carcere milanese di San Vittore, dal quale proveniva il detenuto cileno morto di coronavirus all’ospedale San Paolo nella giornata del primo maggio. L’uomo, 54enne e il cui nome era David Antonio Rivera Acosta, era stato recentemente trasferito a Milano dal carcere di Cassino a seguito delle rivolte scoppiate lo scorso marzo proprio a causa dell’emergenza sanitaria Covid-19.

Con quest’ultimo salgono a tre i carcerati morti di coronavirus dall’inizio della pandemia nel nostro Paese, mentre i positivi sarebbero attualmente 159.

Coronavirus, morto detenuto a San Vittore

Stando a quanto emerso dalle prime ricostruzioni, il detenuto era stato arrestato lo scorso 12 febbraio con l’accusa di tentato furto e di recente gli erano stati negati gli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico presso l’abitazinoe del fratello. Una misura richiesta dall’avvocato Massimiliano Migliara proprio per il rischio di contagio da coronavirus anche il relazione ad un possibile rinvio del processo a suo carico.

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Dopo la conferma della custodia cautelare in carcere avvenuta il 30 marzo, nella giornata del 4 aprile il detenuto rivela al suo avvocato di star effettuando un periodo di autoisolamento in carcere dato che un suo compagno di cella era stato trovato positivo al coronavirus.

Il detenuto, che soffriva di una grave forma di asma, confida inoltre al legale i suoi timori per un possibile contagio, che puntualmente viene confermato nella giornata del 10 aprile.

Il commento dell’associazione Detenuti Liberi

Nel commentare la triste vicenda è intervenuto Claudio Rocco Cipollini, presidente dell’associazione Detenuti Liberi, che ha dichiarato in merito: “È necessario garantire e tutelare la salute non solo di chi è ristretto nelle carceri italiane ma anche degli agenti e di tutti quelli che lavorano nelle case circondariali, concedendo laddove è possibile gli arresti domiciliari.

Le carceri scoppiano per il sovraffollamento delle celle, cosa che non rende attuabile il distanziamento sociale di sicurezza”.

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